Messaggio Pubblico da cali: "BURP"

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Apologia al Suicidio
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Autore Messaggio
ilfede
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Registrato: Oct 16, 2007
Messaggi: 163

MessaggioInviato: Wed Feb 13, 2008 10:54 am    Oggetto: Rispondi citando

Discorso antico come il mondo............. sopratutto per gli esseri umani e il loro bel cervelletto compreso di io/anima/caxxate varie........

Secondo me chi lo fa ha una forza oppure una pazzia molto alta.......... anche io per tanto ci ho pensato ma mai lo avrei fatto....... parlo parlo parlo ma poi appena ho mal di testa mi prendo 2 pasticche perchè odio il dolore fisico...

Personalmente io da una vita credo che oguno è libero di fare quello che vuole della sua vita........e se la gente si facesse a volte + gli affari loro tutto sarebbe + facile.......... ma leggendo quel pezzo ho avvertito anche un disagio non solo causato dall'ambiente ma anche personale..........

Mi ricorderò sempre quella ragazza di roma che si è buttata dalla finestra nonostante fosse amata,studentessa modello,bella sul serio in tutto......eppure la madre disse una cosa che mi ha sconvolto" mia figlia era così sensibile,leggeva molto,era così attenta a tutto, la troppa intelligenza non gli faceva accettare questa vita"

La sensibilità in questo atto è tutto...............pensando ai tanti scrittori,pittori,artisti che lo hanno fatto.....

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Chitto
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Registrato: Jan 16, 2008
Messaggi: 70

MessaggioInviato: Wed Feb 13, 2008 13:32 pm    Oggetto: Rispondi citando

Serotonino78 ha scritto:

ma non è che sono sbagliati i sentimenti di chi vuole suicidarsi, bensi i pensieri, e sono quelli che bisogna contrastare in tutti i modi, e poi sarebbe il colmo se la psicologia appoggiasse gli aspiranti suicidi dicendo loro che è un gesto da tenere in considerazione in caso di bisogno


Io sono per la totale libertà di scelta dell'individuo, in tutti i campi. Se un individuo decide che vuole togliersi la vita, ritengo che abbia pieno diritto di farlo.
Puoi cercare di convincerlo a non farlo, questo sì... puoi cercare di risollevarlo dalla situazione in cui si trova... ma se il volersi uccidere persiste ed è giustificato da una sofferenza fisica o psicologica duratura (quindi non istantanea... chessò... il tipo che si butta dalla finestra perché ubriaco o perché per un istante si sente oppresso/deluso/ecc)... allora ritengo che condannarlo alla vita sia una violenza bella e buona.

Per quello che riguarda la psicologia... sinceramente non mi importa ciò che dice o non dice. Ritengo sia solo una specie di religione atea e niente di più, non certo una scienza come la si spaccia. Una forma di religione ad uso e consumo di chi comanda e che è già stata in passato usata per giustificare crimini su crimini, alla pari di molte altre religioni, e che è tutt'oggi usata alla stesso modo.

Nel mio modo di vedere le cose, l'individuo è sempre centrale a tutto. Io sono un individualista "spinto" da questo punto di vista. L'opinione degli altri può, al limite, essere usata come spunto di riflessione per l'individuo, ma non può mai, in nessun caso e per nessuna ragione essere imposta (e questo è in genere ciò che fanno le religioni, inutile fingere che non sia così).

Dunque, ritengo che se una persona ha deciso di togliersi la vita, e se questa non si tratta di "un momento" ma di una cosa maturata negli anni e persistente... ritengo che quella persona abbia tutto il diritto di fare la scelta che più ritiene opportuna riguardo alla sua vita. Anche scegliere di togliersela.

Se a questa persona voglio bene, oppure mi interessa di lui/lei per qualche ragione, allora è altresì mio diritto cercare di spiegargli/le che la sua scelta farà del male anche a me. Sarebbe mio diritto cercare di dissuaderla MA solo a patto che poi cerchi, attivamente, di capire perché sta male e cercare di eliminarne le cause (con il suo consenso). Ma se non intendo impegnarmi in questa cosa, oppure lo faccio solo perché io personalmente ritengo la vita "sacra" (qualunque cosa questo significhi per me), allora non sto facendo altro che un gesto contro l'individuo. Un gesto particolarmente odioso perché, per le mie sciocche convinzioni, condannerei una persona diversa da me a continuare a soffrire.

Personalmente ritengo che il suicidio non sia una soluzione reale o per lo meno che non sia una soluzione che porta alla felicità dell'individuo. Tuttavia non pretendo di stabilire se sia giusto o sbagliato, ognuno deve essere libero di decidere da solo circa la sua vita (per i principi prima elencati).

Serotonino78 ha scritto:

e quindi per farlo sentire meno solo cosa fai gli dici: vai, vatti a buttare sotto un ponte che risolvi i problemi!!???..
secondo me la soluzione più logica è cercare di modificare i pensieri di chi tenta il suicidio senza per questo condannarlo, o biasimarlo per il suo desiderio di morte, comprenderlo si ma giustificarlo no nella maniera più assoluta


Non c'è nessun bisogno di giustificarlo, la ragione è che non c'è proprio nulla da giustificare, esattamente come non c'è nulla da condannare.
Cosa puoi fare per una persona che cerca di suicidarsi? Se ti interessa davvero della sua vita puoi come dicevo (e come dici anche tu) cercare di dissuaderla, cercare di fornirle delle motivazioni per vivere, cercare di eliminare le cause che provocano la sua disperazione o il suo dolore. Non sempre però questo è possibile, ed in tal caso, se di quella persona ti interessa veramente e non vuoi invece imporre su di lei il tuo modo di vedere le cose, allora dovresti accettare la sua decisione e, in una società giusta, aiutarla ad affrontare questa ultima parte della sua vita standole vicino. Il concetto di "eutanasia" è proprio questo... aiutare una persona a morire in modo dignitoso e il più possibile indolore... quando le altre strade non hanno dato nessun risultato e quando si è stabilito che questo è proprio ciò che vuole la persona coinvolta.

Serotonino78 ha scritto:
desiderare di essere capiti e vivere senza essere giudicati, è naturale, è condivisibile, ma se tutti quelli che non riescono a vivere una vita in pieno la pensassero a questo modo ci sarebbero suicidi di massa, con questo , ripeto io non condanno chi vuole togliersi la vita ma il suicidio in se


È naturale sì, ma non è quello che fa la psicologia. Secondo la psicologia se vuoi ucciderti tu sei un malato mentale (permanente o temporaneo), punto. Ciò significa che non sei in grado di intendere e di volere e quindi non sei in grado di decidere. Questo è falso, e se la psicologia non fosse altro che una religione avrebbe l'onestà intellettuale di ammetterlo. E questa è purtroppo l'opinione anche di molte persone (di solito più intossicate dalla religione sono e più convinte sono) che non hanno mai sofferto in vita loro e pensano di poter stabilire ciò che è giusto e sbagliato anche per altri che non condividono i loro principi.

Nel suicidio poi non c'è nulla da condannare, né la persona che fa questa scelta né il suicidio stesso. Ognuno appartiene solo a sé stesso e nessuno può permettersi di decidere circa la vita o la morte di altro essere senziente e autocociente. Seguendo questo principio se ne ricavano automaticamente anche altri principi:
- uccidere è sbagliato
- l'aborto è accettabile solo se effettuato prima del formarsi del cervello, dopo è sbagliato a meno che non sia inevitabile e/o non serva a salvare la vita di un altro essere senziente/autocosciente
- il suicidio non è sbagliato se è il volere evidente dell'individuo
- la società deve attrezzarsi per poter effettuare l'eutanasia assistita da medici nel caso il paziente lo voglia, abbia espresso questo volere in un momento di lucidità (quindi niente alcool o droghe varie) e non abbia cambiato idea in un arco di tempo da stabilirsi.

Come vedi, tutto gravita nel mio modo di vedere le cose, attorno all'individuo e nessun altro può permettersi di interferire nelle scelte personali.

Serotonino78 ha scritto:

io il suicidio preferisco associarlo alla disperazione più che al coraggio, non ha senso parlare di coraggio in questi casi, è solo un gesto estremo per cancellare le sofferenze, solo che in questo modo oltre alle sofferenze si cancella anche la vita e la prospettiva di un futuro migliore


Si, è vero, hai ragione, ma è quello che ho detto io. Non ho detto "suicidarsi è coraggioso" o per lo meno non intendevo questo... ho detto "bisogna avere coraggio per suicidarsi"... è un po' come la differenza che ci può essere in queste due frasi:
- guidare l'auto è per coraggiosi
- per guidare l'auto bisogna avere il coraggio di farlo

La differenza è sottile ma nella prima frase sto affermando che chi guida l'auto è un temerario, tutti sappiamo che questo è falso. Persone normalissime guidano l'auto. Nella seconda frase sto dicendo che serve una quantità di coraggio che non tutti hanno per guidare l'auto, e questo è vero... diverse persone si sentono intimorite dalla guida o dalle possibili conseguenze e scelgono di non guidare (pur potendolo fare).

Allo stesso modo, io non ho detto "chi si suicida è un temerario", ho solo detto "per suicidarsi ci vuole una grossa quantità di coraggio perché è un gesto che va contro la nostra stessa vita".
Può succedere che queste due cose corrispondano... per esempio, uno potrebbe buttarsi in un fiume per salvare la vita di un bambino che sta annegando pur non sapendo nuotare e immaginando quindi che finirà male... ma non è detto che coincidano sempre.

Io vedo il suicidio come una scelta individuale, né vigliacca né coraggiosa. Solo una scelta. Una scelta per lo più evitabile, ma non evitabile a priori in ogni caso.

Serotonino78 ha scritto:

su questo non posso darti torto, nessuno decide di essere messo al mondo, ma tieni presente che chi non vuole partecipare alla guerra non proverà mai la gioia della vittoria, io continuo a considerare il suicidio una sconfitta personale.


Forse lo è. Ma resta una scelta dell'individuo. Come ti dicevo, capisco benissimo il voler aiutare qualcuno, specie se questo qualcuno ha un legame di qualche tipo con noi. Io stesso se vedo una persona che sta male cerco di aiutarla, non mi sognerei neanche lontanamente di invitarla ad uccidersi e se vedessi una persona che cerca di ammazzarsi proverei a dissuaderla, se posso proverei a darle ragioni per vivere. Ma non cercherei di interferire con la sua scelta. Potrei fare una cosa simile (e in passato l'ho fatta, chiedendo anche scusa poi in un momento di maggiore calma) se questa persona fosse qualcuno di cui mi importa "troppo", per esempio qualcuno che amo. Ma capisci che lo farei più per mio vantaggio che per suo. Perdere una persona che si ama è una cosa orrenda, capisco bene che si cerchi di impedirne la morte... ma razionalmente parlando è un errore se è fatto contro la volontà dell'individuo stesso. Ed è un errore anche più grande farlo e poi "fregarsene" della persona in questione. Se decidi di impedire ad una persona di suicidarsi, impedendole di fatto di seguire il suo volere, allora poi è tuo obbligo morale occupartene nel tentativo di eliminare, con il suo consenso, le cause che l'hanno portata a questa scelta.

Quindi vedi, se intervieni, violando così il volere di questa persona, sei "scusato" se lo fai in un momento di paura estrema, o persino se prima vuoi avere una chances per cambiare la vita di questa persona (ma sempre con il suo successivo consenso, mai "di forza"). Però, se anche così questa persona, dopo averti dato la tua chance, dopo averti dato ascolto, continua a soffrire, allora è razionalmente oltre che umanamente giusto rispettare la sua scelta, anche se questo ci fa male.

Serotonino78 ha scritto:

e chi ti dice che io non ne abbia esperienza, in me per più di 5 mesi di inferno passato nella depressione più profonda convivevano queste due forze antagoniste, la vita e la morte, ma io ho deciso di combattere, mi sono curato e sono andato avanti, il pensiero della morte mi ha solo sfiorato, nonostante fossi ridotto male quindi capisco benissimo ciò che si prova, ma non per questo si deve giustificare il suicidio


Non ho detto infatti che tu non ne abbia avuto esperienza.
Ma ti ripeto, non c'è nulla da giustificare nel suicidio, così come non c'è nulla da condannare. È una scelta, niente di più e niente di meno.

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MessaggioInviato: Thu Jul 17, 2008 11:08 am    Oggetto: Rispondi citando

Forse quello che pochi capiscono è che a volte il suicidio è l'unica via possibile.In questi casi si parla di scelta,ma io credo che arrivati ad un certo punto la scelta non ci sia,perchè non si parla di valutare razionalmente le proprie prospettive,ma di non farcela più,di essere arrivati ad un punto tale che l'unica cosa che vuoi è non soffrire più,punto e basta.
Non so se avete mai visto "Mare dentro",è un film che parla di un tetraplegico(completamente paralizzato dal collo in giù),che rivendica il suo diritto al suicidio:i molti che lo vogliono fermare gli dicono che la sua vita può comunque essere accettabile e anzi bella,che ha l'amore di parenti ed amici,che può essere impegnato in molte attività,ecc;lui risponde che non parla a nome di tutti i tetraplegici,che tutte quelle cose possono bastare ad altri per poter avere una vita felice,ma che a LUI non bastano,perchè per lui quella vita è inaccettabile.
E,in questa circostanza(cioè quella in cui il dolore ha raggiunto limiti inimmaginabili),non conta il futuro,ovvero il fatto che le cose possano cambiare in meglio,il dolore che si prova ORA è troppo grande perchè il DOPO possa incidere;credo sia paragonabile ad una persona che,con una gamba in cancrena,deve decidere se farsela amputare,placando così il dolore,o aspettare i soccorsi che però arriveranno fra ore:all'inizio la persona in questione resiste,perchè nonostante il dolore la prospettiva di amputare la propria gamba è inaccettabile,si ripete che si tratta solo di aspettare,poi il tempo passa e il dolore aumenta,finchè diventa così opprimente che è l'unica cosa che sente,l'unica cosa che esiste,e a quel punto non gli importa più della gamba,ma solo di mandare via il dolore.


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MessaggioInviato: Thu Jul 17, 2008 13:42 pm    Oggetto: Rispondi citando

Mi sembra evidente che il desiderio di suicidarsi abbia le radici in una convinzione di fondo: che la vita sia ingiusta, cioè che non abbia un significato, che sia una beffa per l'individuo, qualcosa che si deve sopportare senza motivo.

I filosofi che cercano un nesso tra logica e ontologia, hanno intuito il principio di ragion sufficiente:
( http://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_ragion_sufficiente ), che enuncia, in sintesi, che:

per ogni evento contingente c'è sempre una causa che giustifica l'esistenza di quell'evento.

Inoltre questa causa deve essere tale che, se fosse conosciuta, convincerebbe in modo indubitabile della necessità di quell'evento contingente.

Ma se la natura non permettesse all'individuo di conoscere la ragione sufficiente delle sue esperienze contingenti, l'individuo potrebbe ragionevolmente sentirsi ugualmente vittima di un'ingiustizia (perchè subire un'apparente danno senza poter conoscere la causa di quel danno equivale a subire un'ingiustizia).

Quindi, se si vuole credere che la realtà sia giusta, bisogna necessariamente credere che esista la possibilità di conoscere la ragione sufficiente della propria vita.

Se non si crede nel principio di ragion sufficiente, e nel fatto che la ragion sufficiente sia giusta, implicitamente si crede a una versione variata della storia degli angeli caduti, o all'esistenza dell'inferno (che sarebbe il mondo contingente che stiamo vivendo) .

Tuttavia, se dovessi confrontare le argomentazioni di chi sostiene il suicidio e di chi lo critica, partendo entrambi dal presupposto che la realtà sia ingiusta, indifferente agli esseri che la vivono, considero di gran lunga più folli quelli che lo criticano.

Infatti se si parte dal presupposto che la realtà, in senso lato, nella sua essenza più completa, sia indifferente agli esseri che la vivono, il suicidio acquisirebbe un fondamento razionale ben più forte del suo rifiuto.

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MessaggioInviato: Thu Jul 17, 2008 14:03 pm    Oggetto: Re: Apologia al Suicidio Rispondi citando

Chitto ha scritto:
Riporto qui un testo che trovai tempo fa in tema di suicidio. Penso sia interessante da leggere, specie per chi ci ha pensato su o l'ha messo in pratica.

-----------------------------
Apologia del suicidio
di Maria Vittoria Morokovski

Ho appena letto un brano di una brava scrittrice a proposito del desiderio di suicidio insito in ognuno di noi.

Mi è sembrato riduttivo.

Ho pensato molte volte ad uccidermi, la prima volta fu quando avevo soltanto otto anni, sembrava che mia madre non mi capisse, e, di fatto, non mi capiva, decisi di farla riflettere e di punirla, mi misi sul cornicione del balcone, eravamo all’ottavo piano di un alto palazzo di via S. Costanza 13, a Roma.

Serena, senza paura stavo per librarmi nel vuoto. Invece fui catapultata a terra da un mio coetaneo, che aveva prontamente scavalcato atterrando sul nostro terrazzo e m’aveva tirata giù, inconsapevole del mio proposito, disse: «Scusa se ti ho fatto male, mi sembrava che stessi per cadere!».

Aveva pensato che giocassi, non aveva capito nulla neanche lui…

Ma la rabbia e la delusione erano svanite, mi faceva male un gomito battuto cadendo.

Non pensai più al suicidio fino al diciottesimo anno.

A 18 anni lo contemplai soltanto, non agii, ma a 21 lo avrei messo in atto, forse…

Il mio fidanzamento era miseramente naufragato per sterili questioni di dote e prestigio sociale, avevo reagito riprendendo gli studi; poi per amore di mia madre, avevo dovuto far sopprimere il cane che adoravo, l’aveva presa alla gola e, benché avesse le sue buone ragioni, era colpa di mia madre che aveva riempito casa d’altri cani scatenando la sua gelosia, decidemmo fosse troppo pericoloso.

Mia madre era fuggita da un’amica per non partecipare all’omicidio del cane, al ritorno, volle tacitarsi la coscienza dandomi dell’assassina.

Anche quella volta l’incomprensione fu così macroscopica che uscii senza cappotto, era il due novembre e faceva freddo a Milano.

Non sapevo bene cosa avrei fatto, certo non sarei tornata a casa, forse mi sarei buttata sotto ad un treno, come Anna Karenina.

Incontrai una conoscente, vedendomi senza cappotto con gli occhi spiritati, capì che qualcosa non andava, non fece domande, mi trascinò a casa sua dove restai quasi segregata e guardata a vista a turno dalla signora, dal marito e dalla suocera.

Venne a trovarmi anche il veterinario che aveva praticato l’iniezione letale al cane, nessuno di loro disse dov’ero a mia madre per una settimana, poi, mi riportarono a casa.

La ribellione era sbollita, non pensai più a morire.

La terza volta fu ancora per una profonda incomprensione con mia madre, fuggii da casa, avevo 24 anni allora, mia madre fece togliere il motore dalla mia auto, chiuse il mio conto in banca rendendo impossibile la vita agli amici, che avrebbero potuto darmi asilo ed aiutarmi.

Mi ritrovai nella pensione Magic, i soldi che mi erano rimasti sarebbero bastati per due o tre giorni, decisi di tagliarmi le vene, badando a non sporcare la bella camicetta di Guarnera, avevo già estratto le lamette dal beauty-case e pensavo se scrivere la lettera d’addio oppure no.

In quel momento bussò alla porta un altro ospite della pensione, un certo Francesco, brindisino, alto, moro, lo sguardo sfrontato ed il sorriso accattivante, era a Milano in cerca di lavoro, me lo aveva raccontato quando c’eravamo incontrati al bar, dove pasteggiavo a cappuccini e brioches.

Mi chiese se avevo della carta da lettere da prestargli, ma qualcosa gli fece capire le mie intenzioni, si precipitò sulle lamette, sequestrò le mie forbicine e decise di salvarmi la vita.

Ci riuscì. Il giorno dopo ero a casa, con l’orgoglio ferito e la dignità sotto ai piedi, ma viva.

Il quarto tentativo riuscì quasi, tre giorni di coma e la prima pagina dei quotidiani stigmatizzarono la realtà del mio proposito.

Avevo 38 anni, la decisione di ingurgitare quelle pillole fu immediata e senza ripensamenti, tutto ciò in cui avevo creduto era crollato, il mio sogno di maternità, l’uomo che amavo, il lavoro ed ancora una volta mia madre, questa volta volevo proprio chiuderla quella lotta impari contro un destino troppo difficile da affrontare.

In un attimo valutai passato presente e futuro, quest’ultimo mi sembrò un muro nero, alto ed invalicabile.

Non volevo più soffrire né lottare, volevo solo non esistere.

Ricordo vagamente l’autoambulanza, la lavanda gastrica e poi più nulla, per tre lunghi e meravigliosi giorni il nulla del coma.

Al primo risveglio non capii dov’ero né perché fossi lì, in vero non sapevo neppure chi fossi.

Vidi un braccio enorme, bluastro, gonfio di flebo mal fatte, non poteva essere il mio, io avevo un bel Rolex al polso, dov’era il mio Rolex?

Strano che, stupidi oggetti, ti vengano in mente quando vuoi morire, se davvero volevi morire che t’ importa del Rolex?

Morire sì, ma non farmi fregare, mi risposi con una logica propria del momento.

Poi ricaddi nel nulla.

Udii una voce femminile dire: «Questa non ce la fa!».

Era forse riferito a me quel commento?

Meno male, non ce la volevo fare.

Ancora un po’ di pace, poi mi ripresi, mia madre era venuta benedicendo il fatto che avessi perduto il “bastardo” che avevo concepito ed il fatto che mi fossi lasciata con quel poco di buono, i colleghi mi chiedevano di firmare dei documenti, le uniche parole sensate vennero da una tossica che sarebbe morta pochi mesi dopo.

Purtroppo mi rimisero in piedi, potei notare che il padre del “bastardo” perduto non si era fatto vivo, che anche sua madre, pur essendo venuta a curiosare, non aveva trovato opportuno farsi vedere, che gli amici avevano bollato come depressione la mia volontà di non vivere, altri amici pensarono che lo avessi fatto solo per far impietosire il mio amante e farmi sposare.

Era un festival di cattiverie e d’incomprensioni, che dovetti affrontare subito.

Neanche lo psichiatra dell’ospedale, fece nulla per aiutarmi, esaurite le domande di routine, si era alzato e se n’era andato senza proferire verbo.

Ma perché li pagano quelli?

Odiai tutti coloro che pontificarono sul suicidio definendo, psichicamente labili, coloro che lo mettevano in atto e tutti coloro che parlarono di depressione.

Colui che vuole suicidarsi ama la vita molto più di loro, non sopporta una mezza vita, calpestata, sminuita, violentata.

Vuole o tutto o niente, certo che il niente sia liberatorio e senz’altro preferibile al presente e, soprattutto al futuro che lo attende.

Il voler morire è un’affermazione estrema del desiderio di vivere una vita soddisfacente e gratificante.

Latente è il desiderio di far riflettere tutti coloro che non hanno risposto ai suoi appelli e segnali.

Vorrebbe essere amato da coloro che ama, compreso da coloro che ha cercato di comprendere, si arrende all’evidenza e capisce che bolleranno la sua morte come un atto inconsulto dovuto ad un attimo di debolezza.

La più grande assurdità che affermano a tutte le latitudini, suicidarsi non è facile e non potrebbe mai metterlo in atto un debole; è un po’ come uccidere, si deve oltrepassare una barriera, chi ha ucciso può suicidarsi con facilità, ma chi ha rispettato la vita, persino quella degli insetti, per lui suicidarsi è difficilissimo, non sa come si fa ed ha paura del dolore fisico.

L’aspirante suicida vuole liberarsi dal dolore di vivere e cerca un modo indolore per morire, ecco perché tanti non ci riescono o ci rinunciano, non apprezzano il loro modo di stare al mondo, solo non sanno come uscirne.

Parlando con un dotto amico dei miei tentativi falliti lo sentii dire cose che allora mi parvero estremamente giuste e che oggi potrei confutare senza difficoltà.

In sostanza lui sosteneva che i miei primi due desideri di morte esprimessero il desiderio d’annientamento fisico, infatti, il corpo sarebbe stato irriconoscibile dopo una caduta dall’ottavo piano o dopo essere stato maciullato da un treno.

Il terzo modo, tagliarsi le vene, rappresentava un desiderio più profondo, desideravo svuotare il corpo dalla linfa vitale e farne uscire la sofferenza.

Il quarto, messo in atto in modo imperfetto, rappresentava il culmine di quell’escalation e voleva annientare il pensiero.

Secondo lui non avrei più desiderato né osato tentare altri modi di farla finita in futuro.

Per molti anni ho creduto avesse ragione, oggi non ne sono più altrettanto sicura, dal momento che ho ripreso a pensarci spesso e, per motivi pratici, opterei di nuovo per il taglio de vene, sia per motivi pratici, è il meno costoso e difficile.

L’assurdo è che alterno giorni d’euforia e di voglia di lottare e vincere a giorni in cui vorrei sdraiarmi e non alzarmi più, anche questa con me stessa è una lotta durissima e faticosissima.

E non parlatemi di depressione o d’instabilità psichica!

Fatemi essere un po’ felice e vi farò vedere io quanto sono depressa!

Datemi ancora un po’ di dolore e vedrete se non farò il salto.

Il pensiero del suicidio è una vocazione, è un via d’uscita sempre possibile, una porta aperta che ti permette di lottare per la vita, se poi andasse male hai sempre il suicidio come soluzione alternativa.

È un modo di vivere con la morte a fianco, un’amica discreta che potrebbe toglierti dai guai, un modo di esistere sul filo del rasoio in cui apprezzi molto di più le piccole vittorie e gioie della vita, di quanto non facciano coloro che affermano di voler vivere a tutti i costi, che invece hanno solo una fottutissima paura di morire.

Colui che è pronto a morire in qualsiasi momento è uno che ha la coscienza tranquilla e non teme il giudizio di Dio, non sa se Dio esiste, qualora esistesse, non gli farebbe paura, anzi, vorrebbe fare con Lui una bella chiacchierata.

Non so come concluderò la mia avventura terrena, ma vi prego, non dite più che la gente che si toglie la vita lo fa perché depressa, in un momento di debolezza o altre scemenze del genere.
mi sembra la storia di una persona che conosco ed e qui.stop. ciao belli dentro(fuori non so Very Happy )

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MessaggioInviato: Thu Jul 17, 2008 15:13 pm    Oggetto: Rispondi citando

mezzelfo ha scritto:

mi girano Twisted Evil

Ma perchè mi hai quotato?

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MessaggioInviato: Fri Jul 18, 2008 03:01 am    Oggetto: Rispondi citando

non mi va di leggere tutti i commenti, ma hai perfettamente ragione, io stesso voglio suicidarmi, nessuno vuole capirmi, starmi vicino, e io sono stanco di lottare per nulla, a me non interessa se mi butto dall'ottavo piano o mi taglio le vene, io voglio morire e basta


mi pare ovvio che come tutti direte: non è la soluzione , la vita è preziosa e cose del genere, ma vivere abbandonato dal mondo è inutile,

con la fine tutta la sofferenza se ne va, chi non ha voluto capirti ha comunque la coscienza pulita, perchè alla fine non gliene frega niente a nessuno di come ti senti, la gente ha una vita normale, perchè dovrebbe fregargli di me?

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Tristan
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MessaggioInviato: Fri Jul 18, 2008 13:17 pm    Oggetto: Rispondi citando

Sassofonista93 ha scritto:
non mi va di leggere tutti i commenti, ma hai perfettamente ragione, io stesso voglio suicidarmi, nessuno vuole capirmi, starmi vicino, e io sono stanco di lottare per nulla, a me non interessa se mi butto dall'ottavo piano o mi taglio le vene, io voglio morire e basta


mi pare ovvio che come tutti direte: non è la soluzione , la vita è preziosa e cose del genere, ma vivere abbandonato dal mondo è inutile,

con la fine tutta la sofferenza se ne va, chi non ha voluto capirti ha comunque la coscienza pulita, perchè alla fine non gliene frega niente a nessuno di come ti senti, la gente ha una vita normale, perchè dovrebbe fregargli di me?


Hai solo 15 anni, dannazione. Perché non darti una scadenza, che so, da qui ai prossimi 15 anni e vedere nel frattempo come va? Wink

Post scriptum: rileggendo mi è venuto in mente che potresti scambiare il tono - volutamente - leggero del mio messaggio per mancanza di considerazione per la tua sofferenza, o peggio con la volontà di volerla sminuire. Non è così. In realtà pensavo soltanto che a quell'età a volte è difficile immaginarsi oltre il proprio presente: se sto male oggi starò sempre così, è finita. E' tipico della tua età, dell'adolescenza. Con questo volevo solo dirti di darti del tempo e di non smettere di cercare chi possa capirti.



L'ultima modifica di Tristan il Fri Jul 18, 2008 14:55 pm, modificato 2 volte
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MessaggioInviato: Fri Jul 18, 2008 13:27 pm    Oggetto: Rispondi citando

parare personale sono daccordo con chi ha scritto quel testo:
ci sono 2 tipi di persone che si vogliono suicidare: quello che vorrebbe vivere sta vita, ma non ci riesce...vuoi depressione, vuoi incapacità della propria persona; e un altro tipo di mente: colui che è consapevole.
C'è chi è consapevole di sta vita, che sa di respirare per una questione meccanica, sa che è portato a farsi domande che mai avranno risposta, sa che secondo la propria razionalità dopo non c'è niente, sa quindi di essere un uomo con una condanna a morte sempre pendente sulla testa, sa che cambia poco o nulla se non hai nessuno che te lo rinfaccia scegliere tra una vita per bene e stuprare ragazzine --> tanto un colpo di pistola e non ci sei più.
Io penso che alcuni depressi, alcuni ipersensibili non siano malati....siano solo più consapevoli di altri e a differenza del resto dell'umanità non vuole prendersi in giro.
Volendo tutti sono capaci di buttare giù un bicchiere di birra, dire che la vita è sempre e comunque bella ecc...ecc...e prendersi in giro...il mondo solitamente vuole questo...chi pensa al suicidio semplicemente è stanco di un velo di ipocrisia e di silenzio che amalgama il tutto.

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vetro
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MessaggioInviato: Fri Jul 18, 2008 13:34 pm    Oggetto: Rispondi citando

Sassofonista!Hai una vita davanti a te da costruire.Hai tante cose da fare.Perche' questo pessimismo a 15 anni?

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