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fobiasociale.com :: Leggi argomento - SEZIONE MUSICA Recensioni e dischi consigliati
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SEZIONE MUSICA Recensioni e dischi consigliati
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Autore Messaggio
bardamu
Esperto
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Registrato: Jul 06, 2007
Messaggi: 715
Residenza: Romagna

MessaggioInviato: Thu Feb 14, 2008 20:26 pm    Oggetto: Rispondi citando

Neutral milk hotel - In the aeroplane over the sea



Il 10 febbraio di 10 anni fa usciva questo disco, senza farsi notare. In 10 anni però, questa unica e irripetibile gemma ha saputo scavare nei cuori di tantissime persone, che lo hanno scoperto grazie ad un passaparola incessante e gli hanno fatto guadagnare lo status di album di culto. Jeff Magnum, anima dei Neutral milk hotel, ha preferito lasciarsi risucchiare dalle sue paure e rimanere da allora in silenzio, forse schiacciato dal peso di questo disco perfetto e abbagliante, incapace di concepirne un degno seguito. Fra il re dei fiori di carota, il bambino a due teste e il fantasma di Anna Frank che aleggia, l'universo dell'areoplano è un po' così: capace di trasportarti in un mondo senza tempo, fatto di una scarna chitarra acustica e di un caleidoscopio di ottoni e arrangiamenti obliqui, ma soprattutto da una voce metafisica, unica, carica di dolore e capace di sublimare tutto in un sogno dal quale, una volta entrati, non si vuole più uscire.

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Jeanne
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Registrato: Dec 23, 2007
Messaggi: 192

MessaggioInviato: Sun Feb 24, 2008 09:58 am    Oggetto: Rispondi citando

Cassandra Wilson - Traveling Miles



Ogni volta che ascolto la sua voce mi vengono i brividi, veramente una voce dell'anima.

Death Letter


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y
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Registrato: Mar 12, 2008
Messaggi: 141
Residenza: il mio piccì

MessaggioInviato: Thu Mar 13, 2008 03:57 am    Oggetto: Rispondi citando

oh che bello una sezione per la musica!
nessuno ha ancora menzionato l'album Grace di Jeff Buckley?
se posso consigliare merita asssolutamente almeno un ascolto.
un po' triste nel complesso (magari evitate di ascoltarlo nei giorni di depressione), ma alcune tracce sono meravigliose.
mi piange il cuore a pensare che è morto. era proprio bravo.

-> http://it.wikipedia.org/wiki/Jeff_Buckley

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mefiori
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Registrato: Jan 25, 2006
Messaggi: 1176
Residenza: Oceano

MessaggioInviato: Sun Mar 30, 2008 11:25 am    Oggetto: Rispondi citando

DEAD CAN DANCE - The Serpent's Egg




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La leggenda... cadrà
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Rincewind88
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Registrato: Mar 27, 2008
Messaggi: 46

MessaggioInviato: Sun Mar 30, 2008 22:16 pm    Oggetto: Rispondi citando

Thick as a Brick Jethro Tull 1972

http://it.wikipedia.org/wiki/Thick_as_a_Brick


un album che ha fatto storia, rock prog e non solo, un album che non si può non ascoltare almeno una volta nella vita.
consiste in una unica canzone (scomposta in due parti) da ascoltare e ammirare Smile Smile

il video della versione (ridotta) live: http://it.youtube.com/watch?v=toHlMD50eYY

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Milo
Avanzato
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Registrato: Sep 01, 2007
Messaggi: 478
Residenza: Nord

MessaggioInviato: Thu May 01, 2008 12:04 pm    Oggetto: Rispondi citando

Io non sono un esperto di musica ma l'unico gruppo che mi piace veramente tanto è quello dei Delta V,bravi e mai banali. Cool

http://it.wikipedia.org/wiki/Delta_V


_________________
è uno strano dolore....morire di nostalgia per una cosa che non vivrai mai...
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Rincewind88
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Registrato: Mar 27, 2008
Messaggi: 46

MessaggioInviato: Tue May 06, 2008 21:23 pm    Oggetto: Rispondi citando

Genesis
FOXTROT, un album semplicemente indimenticabile!

http://it.wikipedia.org/wiki/Foxtrot_(album)

http://www.attracco.it/immaginiascolt10/Genesis_foxtrot-front%5B1%5D.jpg

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mezzelfo
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Registrato: May 29, 2008
Messaggi: 162

MessaggioInviato: Sun Jun 22, 2008 09:25 am    Oggetto: Rispondi citando

Ok computer - Radiohead

capolavoro.

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Amylee17
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Registrato: Sep 20, 2006
Messaggi: 173
Residenza: Spinea (VE)

MessaggioInviato: Sun Jun 22, 2008 19:00 pm    Oggetto: Rispondi citando

PORTISHEAD ----- Dummy



Recensione:

Dal laboratorio inglese di Bristol - fucina di uno dei movimenti più interessanti degli anni Novanta, il trip-hop - sono uscite molte accattivanti alchimie (da "Maxinquaye" di Tricky al trittico "Blue Lines"-"Protection"-"Mezzanine" dei Massive Attack). Solo una, però, è riuscita a fissare in modo perfetto e definitivo l'"essenza" del genere. Trattasi, per l'appunto, di "Dummy", disco d'esordio dei Portishead (dal nome del paese in cui Geoff Barrow, mente della band, trascorse la giovinezza).

Griffato in copertina dalla tipica "P" formato gigante che caratterizzerà tutte le produzioni della band (ovvero un altro buon disco, "Portishead", e l'ottimo "Live in Roseland, New York"), "Dummy" è una sorta di "classico moderno". Un disco senza tempo, forse proprio perché sempre in bilico tra passato e futuro. Come un film in bianco e nero, girato con le tecniche più avanzate di fine Millennio.

Mai forse come in questo caso, l'uso del termine "cinematico" si adatta a definire un sound che fa dell'ideale connubio suoni-immagini la sua chiave di volta. Può fare da sottofondo a un viaggio notturno o a un incontro d'amore. Può animare le sequenze di una spy-story o di un thriller di Lynch (do you remember "Twin Peaks"?). Ma può essere anche la colonna sonora di un film di fantascienza post-atomico, per lo spirito lugubre e decadente che lo pervade. D'altra parte, gli stessi Portishead hanno voluto mettersi alla prova dietro la macchina da presa, realizzando il cortometraggio "To Kill A Dead Man".

L'idea-cardine di Barrow e compagni è la rielaborazione di vecchi motivi di film noir e di spionaggio, mescolati a spunti jazzy-lounge e ritmi hip-hop rallentati, e immersi in atmosfere desolatamente romantiche. Per il resto, l'architrave sonora di "Dummy" è quella tipica di tanto trip-hop a venire: massiccio utilizzo di sample e scratch (i suoni ottenuti strofinando la puntina sul vinile dei vecchi 33 giri o dischi mix), giri di chitarra presi in prestito dagli spaghetti-western anni 60, ampie sezioni di archi, bassi cupi, sintetizzatori "moog" e un organo hammond ad aggiungere un ulteriore tocco "vintage". Ma su questo impasto di suoni svetta il canto dolente e spettrale di Beth Gibbons, ribattezzata audacemente "la Billie Holiday venuta dallo spazio" (e autrice nel 2002 di quello splendido debutto solista dal nome di "Out Of Season"). La sua voce è capace di improvvise escursioni di registro: può essere tesa, metallica, straziante; ma anche calda e sensuale, come nel lento "Glory Box", dolente dissertazione sulle tribolazioni delle donne, o nell'iniziale "Mysterons", che parte con un piglio da bolero e finisce avvolta tra le spire di sonorità sempre più suadenti, tra strimpelli di chitarre e soffici tappeti di tastiere. Il climax emotivo dell'intera raccolta è però il singolo "Sour Times", sorta di "atto di contrizione" dall'incedere mesto e dalla melodia sontuosa, con una Gibbons disperatissima che grida al vento "'Cause nobody loves me/ It's true/ Not like you do...", sulle note di un'orchestra spettrale. Un pezzo memorabile, che sarà finanche migliorato nella straziante interpretazione dal vivo di "Live in Roseland, New York".

L'impronta jazz, portata in dote dall'eclettico Adrian Utley, appare più evidente in tracce come "Strangers" e "Pedestal"; la prima, in particolare, svela anche l'opera certosina compiuta in studio dai Portishead, con il suo susseguirsi di raffinate digressioni sonore - dal soul alla bossa nova - e variazioni di ritmo (con tanto di "stop&go" sincronizzati col canto di Gibbons). "Roads" abbina i gemiti delle chitarre a un'orchestrazione retrò, sospinta da archi solenni: l'effetto è di grande suggestione, come a voler introdurre il colpo di scena in un ideale film.

Il lato più tenero della band si esalta nella malinconica "It Could Be Sweet", in cui il soprano di Gibbons riesce a gonfiare d'emozione quasi ogni sillaba della strofa "Try a little harder...". Propulso da ritmi ossessivi - anche mediante l'uso di un tamburo africano - "Numb" è un altro numero d'alta scuola della vocalist, che riesce a fluttuare sapientemente tra le note con vocalizzi a` la Sade. E' invece una raffinata chanteuse da cabaret quella che si cala nel lied incalzante di "Wandering Star", avvolta in una coltre di sibili elettronici e di scratch, con il solito basso dub a reggere il gioco.

"Pedestal" e "Biscuit" danno voce ai fantasmi di quell'ansia latente che è un altro marchio di fabbrica della ditta Portishead, conducendo l'ascoltatore lungo un cunicolo di oscuri meandri sonori, costruiti su una struttura ipnotica e ossessiva. "Biscuit", in particolare, accentua la componente ritmica del sound, scatenando una tempesta di beat sincopati e pulsazioni hip-hop, con le folate gelide delle tastiere sullo sfondo. Forse solo "It's A Fire", con la voce di Gibbons che miagola un po' troppo su un accompagnamento d'organo, abbassa per un attimo la qualità di un disco praticamente perfetto.

"Dummy" è sì il manifesto definitivo della rivoluzione trip-hop – paragonabile per importanza a quella parallela della techno - ma anche l'opera che più di ogni altra travalica i confini di quel genere, per approdare nei territori di una musica tanto retrò (nell'animo) quanto moderna (nell'approccio). L'opera dei Portishead affonda le radici nella mestizia del blues e nelle confessioni a cuore aperto del soul; assorbe l'angoscia della dark-wave, la rabbia dell'hip-hop e l'ossessività della techno. E riesce a rivestirle in ballate di rarefatta eleganza, grazie anche a un gusto orchestrale mai sopra le righe. Chi vede lungo i solchi di "Dummy" nient'altro che semplici "canzoni", magari arrangiate in modo ammiccante e "alla moda", fa un torto, prima ancora che ai Portishead, ai loro veri padri putativi: Ennio Morricone, John Barry e Angelo Badalamenti.


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"...rinchiusa in questa tomba di carne, sepolta sopra la terra"
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Amylee17
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Registrato: Sep 20, 2006
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MessaggioInviato: Wed Jul 02, 2008 10:39 am    Oggetto: Rispondi citando

TIM BUCKLEY - Starsailor



Recensione:

E' bene dirlo subito, quella di Starsailor è una musica inavvicinabile. Perché è un eterno tramite, una consapevole espressione dell’arte musicale intesa nella totalità delle sue diramazioni e delle sue rappresentazioni; è il fluire della paura irrequieta poggiata sull’intima umanità del silenzio.
Il disco appartiene a quel tempo storico dove il magma caustico del free jazz aveva contribuito a nuova ispirazione per il rock colto, suggerendone l’estetica delirante di armonie e arrangiamenti alieni; Starsailor nasce come l’influsso sul rock della musica iconoclasta di figure come John Coltrane e Ornette Coleman, gli artefici di quel sound scapestrato e ondivago, flusso sonoro aggressivo che invade e fugge via.
Cosa girava in quel periodo attorno a Tim Buckley? C’era il lirismo obliquo di Bob Dylan ,ok, c’erano le acidità drammaticamente morbide della California di Grateful Dead & Jefferson Airplane, c’era il progressive meno elfico di stampo frippiano ( che paradossalmente finiva per standardizzare i puntuali momenti di vuoto/pieno silenzio/rumore, atonalità effimere e batterismo tremolante ) , c’era il jazz rock inglese onnivoro perfetto. Mancava però quella poetica della paura, dell’instabilità esistenziale, la frustrazione del dubbio, mancava la giocosità sullo strumento più proprio dell’essere umano; mancava la capacità musicale di identificare realtà e sogno e di considerare i sentimenti contrari intrinseci ad esse, la stessa fugacità degli stati d’animo, il conflitto e la catarsi.
Tim Buckley era la sua musica. Era schivo e timido, ma non era il disincanto di Nick Drake o la serietà di Jim Morrison. Starsailor è così un salto nella complessità dell’anima, un pugno in pancia e una carezza sulla guancia, assalto psico-fisico viscerale.
Il disco vede la luce nel 1970, dopo le musiche strabilianti contenute in Goodbye and Hello, Happy Sad, Blue Afternoon, Lorca. E’ il passo più difficile quello che Tim si accinge a fare per la produzione di un disco che potrebbe speculare sul sound inusuale dei primi dischi, dove chitarre free-folk eteree si mescolano alla voce bluesy,quasi gospel, tra canti smaliziati e abuso di vibrafoni e chitarre inacidite e organi funerei. Laddove Happy Sad e Blue Afternoon tentavano già un allontanamento dalla forma canzone,seppur conservando la sobria leggerezza di uno spirito non ancora lacerato, Lorca si poneva già come esplorazione metafisica del linguaggio sonoro, che diventava spigoloso ed evocativo come mai fu prima,onirico nel suo lasciarsi condurre in divagazioni melliflue dalle cinque ottave di Tim.
Starsailor si pone come ideale sintesi di tutto questo, ma nell’essere sintesi del particolare percorso artistico di un uomo, rimane ancora un punto di partenza per chiunque altro, un tramite che non verrà forse mai inglobato da nessuno, inaccostabile per grandezza ed eterogeneità. Eterno, si diceva.
Il disco viene registrato nel settembre del 1970. Segna il ritorno dell’amico poeta Larry Beckett, l’entrata in campo di una sezione fiati di stampo zappiano (i fratelli Gardner) e della batteria di Maury Baker; la chitarra elettrica è sempre territorio di Lee Underwood, così come il contrabbasso di John Balkin.
“ComeHereWoman” svela troppo presto la magnificenza del disco: accordi-suspence in un climax ascendente, tambureggiare molesto e pulsioni squilibrate di chitarre, organo plumbeo che sfila insieme al vociare di un cantato messianico; se l’inizio del pezzo è l’invocazione della morte, il proseguo si sviluppa come il rifiuto deciso a essa, una lunga elucubrazione di voce elastica su un rozzo blues alcolico e orpelli di jazz impazzito, un grido che atterra nel vuoto dell’esistenza e termina col placarsi dell’ardore tra le morbide confidenze di caldi armonici di chitarra. “I WokeUp” sembra schiudersi ai raggi del sole e alla malinconia più sobria; ma“Monterey” è già la seconda discesa nella fisicità del lamento, una libero flusso di coscienza che incolla sussurri e grida, che confina l’esagitarsi vocale di Tim a protagonista impetuoso dell’intera opera. Scatti,curve a gomito, isterico dimenare ultrasuoni dalle profondità della psiche: Tim Buckley ora fa con la voce quello che faceva Coltrane con il sax. “Moulin Rouge” riconduce l’altalena sonica di Starsailor su atmosfere di placido candore, con il suo incedere sornione da zuccherosa ballata jazz canticchiata come si fa con una filastrocca.
“Song To The Siren” è semplicemente la perla nascosta dell’underground west-coast: canto d’amore che si propaga dal fondo del mare, tra echi lontani di voci sognanti e riverberi ovattati e gocce di chitarra. E’ la sublimazione in tono estatico del sentimento malinconico che trasuda dalla musica di Tim Buckley: “Should I stand amid the breakers?/ Should I lie with Death my bride? /Hear me sing , "Swim to me, Swim to me, Let me enfold you/ Here I am, Here I am, Waiting to hold you".”
“Jungle Fire” riprende inizialmente la lentezza squilibrata e dilatata di I woke up, accelerando sul finale con un ritmato blues chitarroso e intriso di strati e substrati di voci cosmiche a vortice,che preparano l’ingresso alla ennesima gemma: Starsailor è il punto di non ritorno del disco, è un vero e proprio studio sulle prospettive armoniche della voce, che si divide in sedici tracce riprodotte in parallelo,stratificate,asincrone,effettate. Tim Buckley dà suono all’Urlo di Munch, ne canta le profondità di campo,la tortuosità delle linee paesaggistiche e la violenza che emana l’orizzonte rosso; è una musica che pulsa di morte, di angoscia. Litania sbilenca. Allucinata divagazione vocale. “Healing Festival” percorre l’ignoto,ancora, tra riff che san tanto di Black Sabbath e libere divagazioni di sax e voce. “Down By The Borderline” è il riflusso verso i pezzi più leggeri. Il disco sta per concludersi; la musica, beefhartiana ormai , non riesce ancora a non subire il declassamento dalla voce di Tim Buckley, che segue la tromba in un assolo senza freni. La musica cessa e con essa il sogno che sapeva essere encomio e biasimo; finisce la musica dell’irruenza nata su un cuore di fragilità.
Starsailor è inavvicinabile, adesso. Come il suo cantore, che non seppe più trovare lo stessa strada verso l’assoluto, come i rari epigoni che si misero umilmente nella scia della sua polvere magica;
e dopo questo disco il declino dell’ aedo Tim arrivò puntuale come l’insuccesso che tanto lo distruggeva, fino all’ineluttabile destino di un uomo che era solito cantare melodie troppo


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