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SEZIONE LIBRI Recensione e libri consigliati
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Autore Messaggio
Amylee17
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Registrato: Sep 20, 2006
Messaggi: 316
Residenza: Spinea (VE)

MessaggioInviato: Sun Jun 08, 2008 16:06 pm    Oggetto: Rispondi citando

Il Castello - Franz KAFKA



Il problema del rapporto tra l'uomo e la realtà superiore viene approfondito da Kafka nel romanzo Il castello. L'atteggiamento psicologico del protagonista qui sembra tuttavia molto diverso. Ritenendosi vittima di una grave ingiustizia, Josef K. rifiuta con superbia e presunzione qualsiasi approccio col tribunale, certo quindi di trovarsi dalla parte del giusto. Attraverso le complesse vicende che caratterizzano il suo soggiorno nel villaggio, dall'arrivo misterioso ai colloqui con il funzionario Erlanger e la cameriera Pepi, l'unico obiettivo dell'agrimensore K. appare invece quello di stabilire una forma di contatto con l'autorità comitale. Comunque, al di là di tali differenze, l'agrimensore risulta ugualmente colpevole, e questo perché aspira a conoscere la verità rappresentata dal castello con le proprie prerogative razionali. Ma il vero non risulta assolutamente fruibile con gli strumenti della ragione e gli sforzi di K. sono destinati a rimanere vani. Ciò fa supporre che anche K. sia stato ingannato. In realtà nessuno ha inteso farlo venire al villaggio; la chiamata coincide in pratica col suo arrivo ed esprime appunto l'esigenza di un rapporto diretto con l'ordine supremo. Egli è quindi libero di scegliere se esercitare l'agrimensura (benché il suo incarico non venga mai definito con esattezza) e servirsi della mediazione di Barnabas, portavoce all'autorità del castello, oppure se svolgere un'altra professione (magari l'incarico di bidello propostogli) e radicarsi a tutti gli effetti all'interno del villaggio. Ma in tal caso dovrà come gli altri accettare l'ordine vigente e abbandonare la ricerca di un contatto con le autorità comitali. Posto di fronte all'alternativa, K. non sa scegliere e cerca anzi di sfruttare ambedue le opportunità; anche quando decide di vivere con Frieda, che sembrerebbe orientarlo verso la seconda ipotesi, lo fa in realtà per poter raggiungere il potente funzionario Klamtn e con lui la gerarchia che governa il maniero. Servirsi di .Barnabas significa inoltre dover avvicinare anche la sorella Amalia la quale, non avendo ceduto (forse a ragione) all'autorità, costituisce il simbolo evidente del peccato d'orgoglio ed è stata esclusa dal villaggio con tutta la famiglia. Senza aver optato per alcuna soluzione, l'agrimensore si trova dunque come sospeso nel vuoto e molto lontano dal suo obiettivo. Quel che resta certo, comunque, è che la verità non può mai essere afferrata razionalmente, non può mai essere conosciuta; essa risiede, al contrario, nel vivere quieto e privo di domande degli abitanti del villaggio, che nulla chiedono perché nulla ritengono di dover mettere in discussione. Eppure, a suo modo, anche l'agrimensore .può testimoniare la verità, in una forma diversa, senz'altro, dagli abitanti del villaggio, ma proprio per questo irrinunciabile e necessaria. Anche la testimonianza solitaria, quella che lo stesso Kafka propone con la sua arte, acquista così un significato fondamentale.

La storia

Giunto a tarda sera in un villaggio, un certo K. chiede di poter comunicare con le autorità del vicino castello, sostenendo di essere stato assunto come agrimensore. Quando, non senza aver insospettito i presenti, riesce a far telefonare al castello, riceve una risposta negativa; subito dopo, tuttavia, una seconda telefonata rettifica la precedente e sembra ammettere la veridicità della chiamata. A questo punto gli vengono inviati due aiutanti del tutto inesperti, Artur e Jeremias, e riceve inoltre da un giovane di nome Barnabas, messaggero del castello, una lettera firmata dal funzionario Klamm nella quale gli si promette pieno e incondizionato appoggio. Nell'albergo presso il quale soggiorna conosce Frieda, l'amante di Klamm, se ne innamora, decide di vivere con lei e spera in tal modo di poter contattare il funzionario. Ma ogni tentativo di raggiungere le autorità sembra destinato a cadere nel nulla; appreso dal sindaco del villaggio che non serve davvero alcun agrimensore, accetta quindi un incarico di bidello. Frattanto Barnabas gli narra la storia della sorella Amalia che, rifiutando la corte insistente di un funzionario, è stata bandita dal villaggio insieme a tutta la famiglia. infine, lasciato da Frieda, K. cerca di parlare con il segretario di Klamm, Erlanger, perché lo ponga in contatto con lui; perso tempo con un altro segretario, Bùrgel, si sente poi dire da Erlanger che non risulta più possibile fissare alcun colloquio. Infine K. ha un dialogo con Pepi, un'altra cameriera dell'albergo.

L'arrivo

È significativo notare che in quest'opera l'ambiguità tipica del rapporto che lega l'individuo alla realtà appare evidente fin dalle prime pagine. Infatti l'agrimensore K. giunge nei pressi del castello e tutto lascia presagire che egli sia stato qui convocato; ma una sua richiesta di ammissione nell'edificio viene respinta poiché nulla risulta ufficialmente al suo riguardo.

Sono della convinzione che, da una parte, sia praticamente impossibile isolare un episodio significativo dal contesto generale e che, d'altra parte, l'inizio dei romanzo Il castello sia rappresentativo del tipico rapporto tra uomo e realtà, tra uomo e verità, fondato sull'ambiguità. Per recuperare almeno i fili essenziali della vicenda e - speriamo - guidare a una lettura più ampia dell'opera.

L'ambiguità della vicenda globale e dei singoli episodi si spiega con la legge della logica stravolta per i canoni della mentalità usuale, per cui vale il principio della identità degli opposti. K. è convinto di essere stato assunto come agrimensore e gli indizi che raccoglie sulla legittimità della sua pretesa sono equamente divisi in positivi e negativi, di modo che è impossibile dedurne una conseguenza incontrovertibile; il suo amore per Frieda, e quello di Frieda per lui, è al tempo stesso sincero e interessato; Amalia è insieme innocente e colpevole; la diffidenza degli abitanti del villaggio giustificata e gratuita. Ma il paradosso si esalta e tocca il suo vertice dell'assurdo nei caratteri di Klamm e dei funzionari, delegati ad occuparsi per competenza del caso K., Búrgel e Erlanger, i quali sono gli eoni di un potere - non importa se umano o divino - del tutto degenerato che confonde intenzionalmente il rigore della giustizia con l'arbitrio più conclamato. Per questo non è possibile stabilire se Kafka intenda riferirsi a una sfera puramente terrena o metafisica-religiosa, o meglio ne ignora volutamente i limiti. Dato che K. si sente frustrato in quelli che ritiene i suoi diritti, perde ogni validità il quesito se il suo scacco sia dovuto a una burocrazia tirannica o a forze più occulte e misteriose di natura trascendente.


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Amylee17
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MessaggioInviato: Tue Jun 17, 2008 18:29 pm    Oggetto: Rispondi citando

IL LIBRO DELL'INQUIETUDINE

di Fernando Pessoa (firmato dal semi-eteronimo Bernardo Soares)





E' uno dei pochi libri che affonda nell'anima...


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lev
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MessaggioInviato: Mon Jul 07, 2008 17:34 pm    Oggetto: Rispondi citando

Lettera sulla felicità di Epicuro

E' un testo filosofico ma tranquilli è compresibilissimo e disarmante per la sua semplicità.

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cc74
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MessaggioInviato: Wed Jul 30, 2008 10:42 am    Oggetto: Rispondi citando

Due persone si nascondono dietro a un'immagine che non gli appartiene per non essere ferite dal mondo.
Una ragazzina e una portinaia.
Qualcuno l'ha definito affettato, io l'ho trovato cristallino.
Chi ha amato la famiglia Malaussene di Pennac potrebbe riconoscere un'aria di casa...


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bardamu
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MessaggioInviato: Wed Jul 30, 2008 10:54 am    Oggetto: Rispondi citando

cc74 ha scritto:
...e una portinaia.

Sempre lì si ricade Laughing Laughing


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cc74
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MessaggioInviato: Wed Jul 30, 2008 10:56 am    Oggetto: Rispondi citando

bardamu ha scritto:
cc74 ha scritto:
...e una portinaia.

Sempre lì si ricade Laughing Laughing


E sono pure zitella!!!!!!!!!!!!!
Non mi manca niente!!!!

Il libro ad ogni modo è molto bello, racconta molto bene la sensazione di doversi nascondere.


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clizia
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MessaggioInviato: Sat Aug 30, 2008 17:00 pm    Oggetto: Rispondi citando




Posto qui una recensione che mi sono scritta su un libro che mi ha molto colpito....come al solito è un po' llunghetta....


Leggere lolita a Teheran

Leggere Lolita a Teheran è un libro bellissimo che non può non essere apprezzato da tutti coloro che amano la letteratura. La protagonista del romanzo (autrice del libro in questione) è una docente universitaria di letteratura angloamericana, e, non a caso, nel corso della narrazione e delle vicende raccontate, assume forte centralità la sua attività d’insegnante e di studiosa. Nel romanzo la Nafisi ci mostra quello che – a mio modesto parere – è l’approccio ideale alle grandi opere, fondato cioè su uno studio capace di riportare costantemente le riflessioni nascenti dalla lettura al proprio presente e vissuto personale, sempre tenendo conto della propria sensibilità, elemento essenziale per entrare nel vivo di un testo di narrativa. Nel corso della narrazione di questo appassionante libro, assistiamo alle vicende storiche e private delle protagoniste, collocate sullo sfondo di un periodo storico molto difficile, quello della rivoluzione islamica del ‘79 e dell’insediamento al potere del suo esponente di spicco, Komheini, per giungere sino alla metà degli anni ’90.

Il lettore si accorge - man mano che si va avanti con la lettura - come la vita reale, gli eventi privati e i sentimenti dell’autrice e delle sette ragazze partecipanti al seminario di letteratura inglese (tenuto clandestinamente dalla Nafisi stessa a casa sua per ben due anni), si intreccino con totale naturalezza alle questioni sollevate dai diversi romanzi (da “orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen al grande Gatsby di Fitzgerald). Ci rendiamo così conto che gli interrogativi e i dubbi che tracimano da ogni vero grande capolavoro letterario hanno il potere d’investire il presente stesso dell’individuo che si accinge a leggere l’opera e ad ascoltarne a fondo l’anima.

Come l’autrice ci mostra nel corso delle sue lezioni, i dubbi sollevati da autori come H. James o Nabokov hanno una portata così universale da andare al di là della loro stessa trama e intreccio di fatti. Insomma, capiamo così che Lolita non è semplicemente la storia di un pedofilo, ma la rappresentazione, dai caratteri molto più universali, di ciò a cui può portare la tirannia di un sogno e la proiezione delle proprie fantasie mentali sulla realtà, imponendo a individui fatti di carne ed ossa, e quindi mutevoli, la staticità tipica del sogno ad occhi aperti. Interpretare Lolita come simbolo della violenza che può veicolare con sé ogni sogno se imposto con forza al mondo esterno, può sicuramente aprire uno squarcio di riflessione sulla stessa condizione vissuta dalle protagoniste a Teheran, sotto la repubblica islamica.
Anzi, tale chiave di lettura del romanzo di Nabokov sembra essere incoraggiata proprio dallo stesso vissuto storico delle protagoniste; come la letteratura pone agli uomini costanti interrogativi validi per il presente, così è l’urgenza stessa della realtà e delle sue problematiche a farci ritrovare nelle grandi opere quelle stesse questioni che assillano l’uomo contemporaneo, nonostante mutino le forme e i modi in cui queste si presentano. Come Humbolt, il protagonista di Lolita, plasma una bambina di 12 anni a immagine e somiglianza delle sue perverse fantasie, allo stesso modo la dittatura di Komheini può essere assimilata al sogno folle di un singolo, che ferocemente e con tenacia decide di dare alla sua realtà mentale consistenza di effettiva tangibilità, imponendola ad un’intera nazione.

Leggere Lolita a Teheran non corrisponde più così al semplice atto di leggere Lolita in qualsiasi altra parte nel mondo, ma si carica dell’angoscia e del significato esistenziale di chi vive quel dato momento storico in Iran.

Ogni opera letteraria diviene preziosa nel momento in cui ci si accorge che essa parla costantemente di noi, sa caricarsi degli interrogativi del presente, sa divenire un àncora di salvezza, strumento di problematizzazione e mezzo per riflettere collettivamente su noi stessi ed il nostro vissuto. E così i libri di Jane Austen, lungi dall’essere libri semplicemente scritti da una zitella inglese ai primi dell’800, sono testi carichi di interrogativi attorno al diritto del singolo a scegliersi la propria felicità autonomamente e che, pur nell’apparente tono leggero e ironico, sanno parlarci di quelle meschinità quotidiane con cui ognuno è costretto a scontrarsi, nonostante siano calate, dall’autrice britannica, in un contesto sociale fatto di forma e apparenza. Come può non riguardarci un libro che affronta il nodo cruciale del nostro diritto alla scelta autonoma della felicità? Come non può riguardare coloro che, come le ragazze di Teheran, sono costrette a fare i conti con una realtà che reprime l’individuo per imporre loro un modello preconfezionato di felicità?

È bello vedere come le lezioni sui grandi autori inglesi si snodino in una dialettica che non lascia affatto fuori sentimenti, stati d’animo e problematiche legate al vissuto privato delle ragazze partecipi di quei seminari.

E così Leggere Lolita a Teheran trova il suo felice impasto nel suo essere stretto intreccio di racconti di eventi storico-politici, di accadimenti personali e biografici, e di altissimi momenti di didattica della letteratura. Il tutto pare amalgamato in un’armonia atta a rivelarci come tutto ciò che ha a che fare con l’uomo – siano eventi privati, storici o frutto di invenzione letteraria - c’entri sempre e comunque. I racconti della vita privata delle singole allieve, all’interno del racconto della Nafisi, non diventano mero mezzo per soddisfare il voyeurismo del lettore, bensì servono ad arricchire di umanità e sentimento gli insegnamenti svolti sui testi di letteratura che – lungi da essere mere lezioni fondate sull’immagazzinamento di nozioni, poetiche, fatti e date – si caricano di quella vitalità e complessità esistenziale che solo il vero contatto con la vita pensante e pulsante di angosce e gioie può dare. Come avrei voluto essere una delle ragazze del seminario! Non semplice uditrice di lezioni passive su poetiche e movimenti letterari – così come in genere accade nelle nostre università – bensì polo attivo, partecipe di un sentire umano che parte dal vissuto personale per giungere al cuore delle opere letterarie e viceversa.

Inoltre il libro non ci parla solo dell’Iran o del valore dei singoli autori analizzati nel corso dei capitoli: l’opera si carica di un interrogativo che investe il significato stesso della letteratura, che non può essere ridotto a puro messaggio moralistico o propagandistico, come appare chiaro nel capitolo in cui l’autrice ci racconta del “processo” simulato in aula assieme ai suoi studenti contro Il grande Gatsby, considerato dai gruppi fondamentalisti uno dei testi in cui in misura maggiore emergerebbe la decadenza occidentale.

Alla fine del finto processo appare chiaro come il compito della letteratura sia quello di destabilizzarci dalle nostre certezze, di metterci a riparo da una morale a compartimenti stagni, di mostrarci le contraddizioni e la complessità dell’esistenza, la quale può essere tutto e il contrario di tutto, sfuggente da qualsiasi definizione stereotipata e impossibile da imbrigliare nelle maglie strette di una definizione univoca e rassicurante.

Forse il compito della letteratura è quella di rivelare ai nostri stessi occhi la nostra condizione esistenziale, così simile a quella di un funambolo, sospeso su di una corda al di sopra di un abisso profondo. Il nostro compito è quello di mantenerci in equilibrio precario. Precario, si, ma sempre in equilibrio, un equilibrio che può nascere solo dalla nostra capacità di barcamenarci e muoverci saggiamente e dialetticamente tra gli opposti, senza irrigidirci nella staticità tipica di chi si affida agli Assoluti e dimentica la multiformità dell’esistenza stessa.

Non potrò poi dimenticare la delicatezza delle diverse protagoniste che si avvicendano sulla scena, ognuna tratteggiata attraverso brevi descrizioni o attraverso il racconto di specifici eventi attinenti alla loro vita, in grado di fissarne il carattere nella nostra fantasia. Attraverso le vicende di Nassrin, Mashid e le altre, nel libro assume una certa rilevanza anche il tema della difficoltà di poter costruire liberamente la propria identità all’interno di uno stato totalitario, dal momento in cui questo sembra insinuarsi nella coscienza del singolo, influenzandone le scelte, anche quelle più intime e legate alla sfera degli affetti e del privato.

Così ci troviamo di fronte alla lotta di sette fanciulle, ognuna alle prese con le proprie fragilità, ma caparbiamente protese a difendere il proprio diritto alla felicità, all’amore e alla libertà; una libertà che non è solo legata al fare, ma anche e soprattutto alla possibilità d’immaginare. Col seminario segreto di letteratura inglese viene rivendicato a chiare lettere il proprio diritto all’immaginazione, alla fantasia, alla costruzione di infiniti mondi possibili da opporre, contrapporre e raffrontare a quello in cui si vive e agisce quotidianamente.


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L'ultima modifica di clizia il Sat Aug 30, 2008 17:26 pm, modificato 1 volta
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Redman
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MessaggioInviato: Sat Aug 30, 2008 17:03 pm    Oggetto: Rispondi citando

Ps. Il libro è piu corto Cool (scusate L OFF TOPIC)


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...Ma in fondo io sto bene qua..tra le reti del mio circo che non va
...Ma in fondo io sto bene qua...trovando in quel che sono un pò di libertà.
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MessaggioInviato: Sat Aug 30, 2008 17:07 pm    Oggetto: Rispondi citando

Redman ha scritto:
Ps. Il libro è piu corto Cool (scusate L OFF TOPIC)


Paradossalmente questa recensione è più adatta per chi il libro l'ha già letto...... Rolling Eyes

.....E per chi vuole aprire un dibattito letterario...io sono qui, chi vuole si faccia sotto!! Cool


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MessaggioInviato: Sat Aug 30, 2008 23:56 pm    Oggetto: Rispondi citando



Interessante spiegazione dei vari disturbi dal punto di vista psicoanalitico, capibile anche per chi non ha mai letto nulla sull'argomento.
Il difficile non è leggere, ma ricordare.


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