Registrato: May 30, 2008 Messaggi: 823 Residenza: Ortaggiolandia
Inviato: Wed Jun 18, 2008 12:13 pm Oggetto:
HurryUp ha scritto:
Speriamo che l'ironia non diventi un pretesto per giustificare la nostra poca elasticità mentale. Avrei preferito che mi accostassi a Russel:
Gli uomini temono il pensiero come nessun altra cosa sulla terra, - più della rovina – persino più della morte………… Il pensiero è sovversivo è rivoluzionario, distruttivo e terribile, il pensiero è spietato contro il privilegio, le istituzioni costituite [scientology, ndr], e le comode abitudini. Il pensiero guarda dentro la buca dell’inferno e non ha paura. Il pensiero è grande veloce e libero, la luce del mondo, è la principale gloria dell’uomo
Ohibò, la mia elasticità mentale non è andata oltre i tre puntini di sospensione.
Magari uno di questi giorni dovresti farmi conoscere quel tale Jack D., chissà che non mi sia d'aiuto!
bisogna accumulare più idee possibili sul problema che si vuole risolvere, e poi fare, tra queste idee, tutte le associazioni possibili, in tutte le possibili disposizioni: in questo modo, come accade per il processo analogo della vista, si intuiranno nuove idee più illuminanti di quelle raccolte, che prima ancora non erano state intuite.
Una volta raccolte queste idee (ma la raccolta di idee è un processo che non ha limiti, che non cessa), queste si mettono in comune nel gruppo.
HurryUp sostiene che si deve compiere una profonda autoanalisi e poi sottoporre le proprie idee al gruppo. Da qui seguono l’associazione delle proprie intuizioni e la loro elaborazione inconscia al fine di svilupparne di nuove. Ad ogni seduta, nuova autoanalisi e nuovo accumulo di idee, finchè non si giunge ad intuire le personali vie d’uscita.
Ma il passo iniziale è cominciare a raccontarsi, senza pudori, senza timore di essere giudicati.
Deve instaurarsi un clima di fiducia e di reciproca comprensione. Ogni parola detta in confidenza non deve trapelare al di fuori del team.
Riassumendo, gli elementi di base per questo “laboratorio di studio” sono: RISPETTO reciproco, PASSIONE per questa impresa, DISCREZIONE e SINCERITA'.
E saper conciliare questi aspetti può dare luogo ad un’inattesa e gradevole alchimia, come ha spiegato qui Uahlim:
http://www.fobiasociale.com/postx6053-0-40.html
HurryUp ha scritto ha scritto:
Non è un tipo di gruppo in cui tu vai con l'idea di portare, nel gruppo, una specie di maschera, o comunque un'immagine artefatta di come sei, mentre fuori, da uno psichiatra, parleresti delle tue cose intime: nel gruppo (ovviamente non da subito, perchè niente si raggiunge senza applicazione), ci si va con la sensazione di poter comunicare tutto, e l'unica regola che ci si impone è quella di usare un linguaggio comune, basato sulla logica e sulla coerenza nel comunicare le tue idee.
Il presupposto è che all’interno di questo gruppo si debba attivare – gradualmente, ma cmq in modo artificioso – la condizione di confessare il proprio vissuto, le faccende più intime, le storture nell’atteggiamento, le limitazioni caratteriali. A mio avviso, tale presupposto è ciò che rende viziato in partenza questo ambizioso progetto di terapia ideale.
In sostanza, si dà per scontato che chiunque (sociofobico o timido che sia) con i suoi tempi ( con la dovuta “applicazione”) riesca a sentirsi a proprio agio al punto da raccontarsi e da riferire le sue opinioni, in mezzo a persone ad egli/ella sconosciute (o conosciute superficialmente).
E se questo non accade?
Personalmente, so che potrei impiegare anche anni prima di decidere a fidarmi di una persona, di considerarla amica e quindi di confidarmi senza riserve.
E dubito che sia un problema soltanto mio!
Il motivo? Quali garanzie ho, se decidessi di “parlare con il cuore in mano”, di rendere noti ai colleghi i miei punti deboli, le paure che mi attanagliano, le vulnerabilità in cui temo di incorrere nell’approfondire la conoscenza??
Queste perplessità passano in secondo piano se invece ci si affida ad una persona competente: un terapeuta che ascolta, non giudica, fornisce aiuto, sentendo sì empatia per la sofferenza del suo paziente (o almeno facendogliela credere), ma anche avendo il distacco necessario a non inficiare il metodo da lui applicato. Il terapeuta viene pagato per tutto ciò ed è il compenso la garanzia.
Tra l’altro, Hurry, ti era già stata mossa questa obiezione, se rammento bene, da AnimaSola.
Quando ci si vede per la prima volta, bisogna pure mettere in conto il fattore extraverbale:
non sottovaluterei ciò che scrisse dottorzivago.
“Poi ci sono i "possibili amici" quelli che "a pelle" ti sembrano adatti.... Secondo me non ci sono passaggi, è una cosa "a pelle".”
Penso intenda dire che una persona mai vista prima magari ti ispira fiducia (ma anche no) senza osservarla in modo consapevole, cioè in base a tue sensazioni (passando al vaglio della nostra emozionalità intuitiva tutta una serie di gestualità, di mimiche facciali, modulazioni di voce, la postura del corpo, eccetera)
Ritengo che per superare l’intoppo dovuto al presupposto di cui sopra, si debba grossomodo seguire le dritte suggerite in questo topic:
Mi riconosco in parte nelle parole di Assorto (la ritrosia a parlare di me), in quelle di Harvest (scarsa tolleranza per le domande invadenti e per i contatti frequenti) ed infine nel pensiero di Bardamu che cito:
“mi vergogno a mostrare il vero me stesso. Preferisco quindi tagliare i ponti ed evitare. Ho perso anche alcune persone bellissime in questo modo.”
Il succo degli altri post su questa discussione è più o meno questo: perché nascano e si cementino le unioni, si devono perseguire obiettivi comuni, condividere gusti ed interessi partecipando agli stessi passatempi (le cosiddette occasioni sociali) e scoprendo convergenze tra le opinioni espresse su argomenti che esulino da faccende personali.
Anche argomenti frivoli, se per questo, implicando con ciò l’atto di fare battute, scherzare, ridere insieme. Per dirla alla Hurry, l'uscita da stati mentali perennemente seri.
Ammesso che presto o tardi si riesca, non ci si deve sentire sotto pressione, come dice anche AnimaSola: “Ognuno di noi ha una personalità diversa...e sarebbe bello riuscire a mettere ogni persona a proprio agio...Ma non è sempre possibile purtroppo... (…) Quando si esce o si interagisce con qualcuno...non si è sotto esame..lo si fà per il gusto di passare un pò di tempo assieme...”
Clizia ha scritto:
Per quanto mi riguarda io sono molto "selettiva", non riesco a legare con tutti (ma anche per scelta personale e non tanto per incapacità) e soprattutto, quando lego, cerco un confronto totale, quasi spossante e per certi versi impegnativo con l'altro, e questo perchè ho voglia di un forte scambio, di confronto, di messa a nudo di anime, di dialogo.....e questo sin da subito.
Ecco perché proporrei il nome di Clizia, nell’ipotetico team.
Clizia ha scritto:
Comunque è ovvio che non ci si metta a parlare subito dei propri problemi con gli estranei, però mi è successo, con persone a me molto affini di entrare subito nel vivo di "questioni esistenziali" anche subito dopo esserci conosciuti, per una sorte di attrazione magnetica, perchè scorgi nell'altro qualcosa di te stesso e che profondamente ti somiglia....
bardamu ha scritto:
Ridere non significa basare un rapporto sul più e sul meno, anzi talvolta è un'arma potentissima che permette di sdrammatizzare i dolori della vita. E' anche un ottimo metodo per gettare le basi di un'amicizia... la maggior parte delle persone fuggirebbero a gambe levate se cominciassi subito a parlare seriamente dei miei problemi o dei loro, non per questo sarebbero da considerare tutte persone superficiali.
Nella prima pagina, Bardamu assume che, dopo aver scherzato, fatto delle cose assieme divertendosi, “arriva il momento di portare l'amicizia ad un livello superiore, di aprirsi e confidarsi con l'altro”.
Sono questi 2 passaggi ed in quest’ordine che fanno funzionare un rapporto di amicizia, volendo generalizzare.
Clizia ha scritto:
Paradossalmente, io riesco ad essere spiritosa e a lasciarmi andare SOLO dopo aver preso confidenza con una persona e "quello spirito lieve" non mi veniva troppo fuori con gli estranei... chi mi conosce bene bene, scopre un mio lato molto "buffo", auto-ironico, anche se riesco a tirarlo fuori quando ho feeling con l'altro e basta
Anch'io ho questa tendenza!
Purtroppo senza la mediazione del web è quanto accade a me.
_________________ I tried living in the real world
Instead of a shell
But before I began
I was bored before I even began.
Non è un tipo di gruppo in cui tu vai con l'idea di portare, nel gruppo, una specie di maschera, o comunque un'immagine artefatta di come sei, mentre fuori, da uno psichiatra, parleresti delle tue cose intime: nel gruppo (ovviamente non da subito, perchè niente si raggiunge senza applicazione), ci si va con la sensazione di poter comunicare tutto, e l'unica regola che ci si impone è quella di usare un linguaggio comune, basato sulla logica e sulla coerenza nel comunicare le tue idee.
Mi domando quanto tempo impiegherei ad acclimatarmi in un gruppo siffatto: ossia far in modo che la maschera (o facciata o strato superficiale che espongo quando sto a contatto con estranei) venga meno.
E quanto tempo occorrerà a tutti i membri di un ipotetico gruppo per raggiungere (cito le tue parole) “un clima di ironia, solidarietà, fratellanza, abnegazione, disponibilità ad ascoltare sempre ognuno (ad ascoltarlo veramente, non per educazione o ipocritamente), e quindi a mettersi sempre nei panni dell'altro, e quindi a soffrire quando soffre l'altro, gioire quando gioisce l'altro, insomma... dare tutto se' stesso per l'altro.”
Tuttavia riconosco che c’è qualcosa di valido nella tua proposta e ho immaginato come si potrebbe impostare sul piano concreto questa terapia ideale.
LE LINEE GUIDA DELLA TERAPIA IDEALE
ASPETTI LOGISTICI:
Un gruppo deve essere composto da 2 a 4 membri. Istintivamente scarterei dinamiche a 3 o cmq a numeri dispari.
Poniamo per ipotesi che a costituire il gruppo siano (nomi a caso, tra i romani):
HurryUp
Inadatto
Clizia
Innergal
- Quando incontrarsi?
Sarebbe auspicabile almeno una volta a settimana. E’ possibile decidere di volta in volta il giorno per la seduta successiva, compatibilmente con gli impegni di ciascuno.
- Durata della seduta?
80 minuti. O, al peggio, non meno di 60.
- Dove stabilire un luogo d’incontro per intraprendere la terapia autogestita?
Preferibilmente nell’abitazione di uno dei membri che si collochi a metà strada dalle abitazioni degli altri tre.
Se una volta, per qualsiasi motivo, accade che questi non garantisca la disponibilità ad ospitare, dovrà avvertire anticipatamente gli altri perché si decida in team quale casa si presti come luogo d’incontro.
Preferibilmente in una camera sgombra di mobili – eccetto sedie /divano/poltrone e piattaforme per appoggiare gli oggetti personali. Né troppo grande - per quanto improbabile in una metropoli - né angusta - per evitare sensazioni di soffocamento o di forzata vicinanza fisica tra i componenti del gruppo.
Silenziosa: bisogna ripararsi da eventuali rumori dell’ambiente esterno e da improvvisi squilli di telefoni. Non senza attivare rigorosamente la suoneria silenziosa sui cellulari.
Magari sotto la luce soffusa di un abat-jour (se di sera).
- Dopo che ci si è presentati l’un l’altro e si supera l’imbarazzo iniziale dovuto al vedere persone estranee, cosa si fa?
Ci si siede comodamente a pari distanza l’uno dall’altro, senza tavoli od altri mobili in mezzo. Non in circolo.
Si estrae a sorte il nome di chi deve parlare per primo, a turno. Stessa cosa per il secondo-a, per il terzo-a, finchè non rimane l’ultimo.
Ciascuno ha una durata precisa di tempo per parlare di sè: poniamo 15 minuti. Quattro persone che parlino 15 minuti a turno trascorrono un’ora ad ascoltare le vicende personali di ognuno.
( I 20 minuti che restano della seduta si devono sfruttare per:
salutarsi, mettersi a sedere, porre domande, fare delucidazioni e proporre il tema della prossima seduta.)
Chi non se la sente e rinuncia al diritto di parlare, cede i minuti restanti alle altre tre persone.
Nel caso il silenzio permanga per 5 minuti, si passa al turno successivo.
E’ probabile sentirsi inibiti ad esprimersi se ci si trova davanti persone con cui non si ha familiarità. Chi avesse questa limitazione deve farlo sapere, cosi che ci si disponga di schiena rispetto a lui/lei.
L’idea non è nuova:
muttley ha scritto:
Io direi che si può risolvere in questo modo: ci sediamo in cerchio dandoci le spalle
Cionondimeno chi ha questa limitazione, deve impegnarsi a sconfiggerla, magari osservando e poi emulando con la pratica gli approcci vis à vis dei cooperanti.
- Di cosa si parla?
Nel corso della prima seduta:
(15 minuti per ciascuno )
Si riferisce un resoconto generale della propria vita ( esemplificativo è il thread La vOsTRa siTuAZiOnE)
Enunciando:
vere/presunte cause degli attuali comportamenti.
Cosa si fa e cosa si sa fare. (Anche volto al negativo).
Cosa manca, a cosa si aspira e cosa affrontare.
Sarebbe meglio – almeno in quest’occasione – ascoltare in silenzio, senza interrompere con domande colui/colei che sta parlando. A limite ci si appunta i quesiti e i dubbi su un foglio da tenere con sé, per poi rivolgerli all’interessato nei rimanenti 20 minuti della seduta.
Nel corso della successive sedute:
- un resoconto di (una o +) esperienze specifiche lontane o recenti ma di un certo rilievo soggettivo, in ambito di relazioni interpersonali. Di effettiva o di mancata riuscita.
- un elenco di progetti a breve termine o di ampio respiro. Spiegando minuziosamente cosa si vuole ottenere e cosa si vuole evitare, in questo ambito.
Man mano ci si sentirà più propensi alle confidenze.
O almeno, me lo auguro.
Per prevenire improvvisazioni, inibizioni, ansia e conseguente spreco di tempo, per ovviare alle difficoltà nel prendere la parola, sarà opportuno preparare un discorso prima della seduta. Lo si scrive, lo si studia e si porta un foglio con i punti salienti del proprio discorso come promemoria.
COSA NON DEVE MANCARE:
COERENZA LOGICA
USO DI ANALOGIE IN CASO DI DIFFICOLTA’ DI COMPRENSIONE
IRONIA
AUTOIRONIA
RIUSCIRE A SORRIDERE SPONTANEAMENTE
COSA E’ VIETATO FARE:
DARE CONSIGLI / SUGGERIMENTI A POSTERIORI IN CUI SI ANNIDINO GIUDIZI IMPLICITI -del genere: avresti dovuto- avresti potuto - non era meglio…?
MINIMIZZARE
FARE BATTUTE SARCASTICHE
NON PORRE DOMANDE ACRITICHE. FARNE DI MALIZIOSE O TALI DA INDURRE UNO STATO DI IMBARAZZO.
Nei minuti che avanzano dalla seduta….
Traendo spunto da un’esperienza con la mia psicoterapeuta, ho creato questo giochino da attuare appena ci si conosce un po’ meglio:
Ogni membro scrive a stampatello, senza farsi guardare, 5 o 6 caratteristiche peculiari della propria personalità (non necessariamente positive). Le proprie inclinazioni, abilità e competenze particolari, evitando l’uso di aggettivi: es. spiritoso- spiritosa; bravo a /brava a, ed invece scrivendo in termini di: so / sono capace (in grado di …., ), Dopodichè, si gira la pagina (assolutamente anonima!) e la si porge al primo che ha terminato di scrivere.
Questi mescola i fogli che gli vengono dati, poi ne estrae uno a caso e, leggendo a voce alta le qualità, deve intuire a quale persona corrispondono.
Se è certo di averla identificata, la deve chiamare.
Se si trova in mano il foglietto scritto da sé medesimo, deve rimetterlo nel mazzo.
Se chiama la persona sbagliata, quest’ultima lo deve dire.
Se sbaglia persona anche al 2° tentativo, colui che ha scritto quelle righe si alza e prende il posto del “lettore”.
Chi indovina al 1° colpo, deve estrarre un altro foglio e provare a riconoscere una nuova persona.
Vince una bibita o cmq un riconoscimento speciale quello che identifica tutti e 3 i colleghi al 1° giro.
Venghino siore e siori a proporre giochini migliori!
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