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SEZIONE CINEMA Recensioni e film consigliati
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Autore Messaggio
calimeno
Intermedio
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Registrato: Mar 29, 2008
Messaggi: 258

MessaggioInviato: Sun Jun 15, 2008 18:44 pm    Oggetto: Rispondi citando

Vanilla sky, semplicemente geniale




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se non volete ragni in casa, no mex privati qui
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Fear
Esperto
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Registrato: Nov 08, 2007
Messaggi: 744
Residenza: Viareggio

MessaggioInviato: Thu Jun 19, 2008 18:49 pm    Oggetto: Rispondi citando

bardamu2 ha scritto:
Il Divo



La figura di uno dei personaggi che con più forza ha segnato la storia repubblicana, Giulio Andreotti, viene osservata con spirito da entomologo e messa in scena da Sorrentino con uno stile sempre più personale, che ricalca quello delle due opere precedenti, Le conseguenze dell'amore e L'amico di famiglia. Quello che va in scena qui, come già s'è detto da più parti, è l'emblema in persona, ciò che l'uomo Andreotti rappresenta in cinquanta e rotti anni di repubblica e di italianità. Gli omicidi Dalla Chiesa e Pecorelli, il sequestro Moro, Tangentopoli, il bacio di Riina, tutti gli eventi sfilano e passano nella vita di questo essere imperturbabile (che sente quasi il bisogno di giustificare la propria umanità elencando i 3 momenti in cui nella vita ha versato lacrime) e indecifrabile persino per la compagna di una vita. Se è sempre difficile cercare di rappresentare in un'opera o quantomeno fermare e fare il bilancio eventi ravvicinati, tentare di farlo con un materiale talmente ingarbugliato come il filo dei misteri d'Italia è impresa titanica. Sorrentino evita abilmente la trappola del film indagine e cerca di elevarlo ad un livello virtuosamente macchiettistico, dato che il personaggio principale è forse la più grande macchietta della storia nazionale, col suo fisico (le mani a tre diversi stati) e la sua patologica battuta pronta che si fondono in un tutt'uno magnetico e definitivo. Toni Servillo offre una prova magistrale, in un ruolo molto difficile (cosa c'è di più difficile del parodiare un uomo che è già la parodia di sé stesso?). Per forza di cose non c'è una vera e propria trama con sviluppo e conclusione, il film mostra gli anni che vanno dagli omicidi Dalla Chiesa e Pecorelli fino all'apertura del processo Andreotti, ma il film rimane comunque godibilissimo dall'inizio alla fine, senza mai un momento morto o un calo di ritmo. Una successione di scene memorabili, una dopo l'altra, alcune surreali (l'incontro col gatto al Quirinale, lo skateboard che entra in scena), altre semplicemente intense (la confessione del "segreto" a Cossiga, il breve monologo sul finale). Un film in un certo senso gemello rispetto a Gomorra, per quanto la pellicola di Garrone mette in scena la manovalanza e la base della piramide di ciò che è sporco in Italia, così Il Divo mostra ciò che sta in alto, laddove tutto si fa più confuso e bianco e nero non esistono più...tutto si fa più complesso, come sottolinea il protagonista concedendo un'intervista a Scalfari. E' da notare anche il fatto che entrambi i film cerchino di discostarsi dai classici esempi di film di denuncia che li hanno preceduti, per cercare un linguaggio diverso, che punti il dito non solo contro i personaggi in scena, ma anche contro il paese intero. Una sorta di "come siamo" implicito, non urlato ma sussurrato fra le righe.
Con questa doppietta il cinema italiano conferma il suo ottimo momento. Parlare di rinascita mi sembra alquanto esagerato, ma diversi lavori recenti stanno finalmente cercando di uscire dai classici generi italici per proporre un'idea di cinema più libero e moderno. Mi riferisco, oltre a questo film e a Gomorra, all'esordio di Zanasi con Non pensarci e al mockumentary Riprendimi, oltre alle conferme più classiche dell'ultimo Virzì o di Moretti in Caos calmo.

VOTO: 8+


Ottima recenzione, i miei complimenti Wink


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Ho perso le parole, può darsi che abbia perso solo le mie bugie.
Sei Bella che fai male, sei Bella che si balla solo come vuoi tu (Ligabue)
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Melina
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Registrato: Jun 18, 2008
Messaggi: 32

MessaggioInviato: Fri Jun 20, 2008 17:24 pm    Oggetto: Rispondi citando



Jimmy Rabbitte, che vive in un quartiere popolare di Dublino, si è messo in testa di organizzare una piccola band. A suo parere, la gente povera e senza lavoro della città ha bisogno di soul. Grazie ad un annuncio sul giornale, Rabbitte comincia a selezionare disoccupati, più o meno talentosi: Dean, Fay, Outspan, l'occhialuto Steven Clifford, Deco il ciccione (istrione, ma bravo a cantare), Bllly il batterista e Joey "The lips" (un bizzarro e più anziano suonatore di tromba). In più, Natalie, Imelda e Bernie, tre vistose e grintose ragazze come trio vocale. Procuratasi l'attrezzatura necessaria, impegnando tutti nelle prove e cominciando a prodursi in pubblico in capannoni e locali popolarissimi, l'entusiasta manager riesce a trasmettere al gruppetto fuoco ed ambizioni. Questa band dilettantesca e provinciale, che sembra lanciata verso il vertice, finisce invece nel fallimento: dissapori, inconcludenza, piccole gelosie (Joey ottiene a turno i favori di Natalie, Imelda e Bernie) e rivalità minano il complesso. E' il batterista che per primo si allontana. Il sogno ambizioso di Jimmy Rabbitte evapora nel nulla. Per colpa di tutti, - ridottisi poi a cantare e suonare all'angolo delle strade o nelle balere di periferia - quel piccolo patrimonio che la band aveva nelle mani e che poteva fruttare quattrini e successo si disperde nel nulla.

rivisto ieri,mi piace moltissimo e ne consiglio la visione!

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Amylee17
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MessaggioInviato: Fri Jun 20, 2008 20:53 pm    Oggetto: Rispondi citando

LANCILLOTTO E GINEVRA

di ROBERT BRESSON






Le vicende del ciclo bretone come metafora della condizione umana.
Dopo due anni trascorsi alla vana ricerca del Santo Graal, Lancillotto del Lago - il più valoroso dei cavalieri della Tavola Rotonda - e i suoi uomini tornano alla corte di re Artù. Convinto che il fallimento dell'impresa sia un castigo divino per la sua relazione con Ginevra, moglie di Artù, Lancillotto tenta di spezzare quel legame. Costretti all'ozio forzato, i cavalieri si abbandonano a rivalità e inimicizie: uno di loro - Mordred, ostile a Lancillotto - rivela al re il segreto del suo ex compagno d'armi...
Bresson firma una severa metafora sull'infelicità degli esseri umani, che a causa del peccato hanno finito per perdere la Grazia.


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MessaggioInviato: Fri Jun 20, 2008 21:05 pm    Oggetto: Rispondi citando

AMERICAN HISTORY X





Recensione

American history X è una riflessione sull’odio e in questo caso è in scena il razzismo. Kaye presenta la storia di un ragazzo, orfano di padre e deluso dalle “ingiustizie” sociali, che canalizza la rabbia verso il mondo nell’attività “politica” di un hate group, dove crede di trovare forza e sicurezza. Il punto forte di American history X sono proprio i flash-backs, da cui lo spettatore può apprendere le cause della sorte di Derek. Ripercorrendo i fatti che hanno fatto incarcerare il fratello, Danny viaggia nei ricordi per trovare la “radice del male”. Ma è proprio Derek che, rivelando la violenza subita in carcere dai membri dell’Aryan Brotherhood, spiega come l’odio verso tutto e tutti lo avesse accecato. Nella spiegazione di quanto gli è successo, Derek non vuole dire al fratello cosa non fare o fare; in quel momento l’unica cosa che conta per l’ex-skinhead è che Danny capisca che prima o poi nella vita tutto si paga; e il finale tragico lo conferma. American history X non è solo un’analisi del fenomeno degli skinheads neofascisti, ma anche una condanna del pregiudizio razziale, tematica molto discussa negli USA. Il film è reso ancora più “poetico” da un’accurata fotografia e da una sceneggiatura che esprime perfettamente il tema narrato.


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MessaggioInviato: Sat Jun 21, 2008 16:13 pm    Oggetto: Rispondi citando

HAIR

di Milos Forman



Recensione

Scritto dal trio Gerome Ragni, James Rado e Galt MacDermont, e rappresentato per la prima volta sul palcoscenico americano nel 1967, il musical più hippie di tutti i tempi era la testimonianza ingenua ed entusiasta di un'epoca precisa. Quando nel 1979 Milos Forman, già autore del grande “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (One flew over the cuckoo’s nest, 1975) ne fece un musical per il cinema, la stagione del "flower power" si era ampiamente esaurita ed i giorni di pace, amore e musica si erano persi nel vortice di guerra, cinismo e droga.

Il campagnolo Claude Bukowski (John Savage), che va a visitare New York prima di partire per il Vietnam, e il fricchettone George Berger (Threat Williams) che lo incita in tutti i modi a restare per vivere in pieno la sua vita e l'amore, facevano ormai sorridere, probabilmente, anche chi hippie lo era stato davvero. Anche chi aveva amato il musical nella sua versione teatrale, tanto da farlo diventare un vero e proprio manifesto della contestazione e innalzarne la splendida colonna sonora allo status di culto.

Ma è proprio qui il fascino di "Hair" sul grande schermo: il suo essere datato, inattuale, ingenuo. Quasi completamente ballato e cantato con una densità estenuante e avvolgente, zeppo di ogni luogo comune possibile su figli dei fiori, esercito, società, "Hair" sembrava, alla fine degli anni '70 come oggi, un affettuoso gioco esplosivo sul passato recente. Ma l'ironia di cui "Hair" si serve per completare questo gioco manca completamente di nettezza: non si capisce mai dove finisce la riflessione affettuosa e sopra le righe nei confronti degli anni sessanta e dove invece comincia lo sberleffo, oppure quanto i realizzatori del musical cinematografico fossero consapevoli di creare un’ opera tanto teneramente inattuale.

A nostro avviso i grandi musical che negli anni ’70 hanno preceduto la fatica di Forman, regista sempre e comunque capace di fornire un prodotto intelligente ed esteticamente coinvolgente, hanno avuto a loro vantaggio l’inserimento in un contesto socio-politico più omogeneo ed in sintonia con la loro stessa natura; pensiamo ad esempio al “Jesus Christ Superstar” (id., 1973) di Jewison, al “Tommy” (id., 1975) di Russell, e soprattutto al manifesto anarchico-liberatorio di “The rocky horror picture show” (id., 1975) di Sharman: tutti questi capolavori, che hanno ribaltato in un certo senso la storia del musical hollywoodiano e non, erano stati ideati e realizzati in un periodo assolutamente adatto e capace di decretarne il successo; lo stesso probabilmente non si può dire per “Hair”, oggetto senza dubbio affascinante ma fuori tempo.

"Hair" è il canto del cigno dello spirito creativo che il film stesso rievoca: la fantasia al potere senza freni, anche negli eccessi, senza cinismi, anche nel ridicolo, purché completamente immersa in uno slancio di affetto verso ciò che viene raccontato. Uno slancio che si potrebbe anche dire amore puro. Che, in tempi dominati da paranoie minacciose e paralizzanti, non è davvero poco...


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MessaggioInviato: Sun Jun 22, 2008 18:00 pm    Oggetto: Rispondi citando

SOLARIS





Recensione:

In un futuro non precisato, il Dr Chris Kelvin,( George Clooney la cui moglie si è suicidata), è chiamato per portare soccorso al suo amico Gibarian che si trova nella stazione spaziale Prometheo in orbita attorno al pianeta Solaris dove si presentano degli strani fenomeni.

Si tratta di un film di fantascienza che vuole avvicinarsi al film di Kubrick : 2001 odissea nello spazio. Per questo la sua lentezza, l'universo che rende complesso il racconto, i vari enigmi che scaturiscono da questo film, i pochi personaggi presenti dal regista.
La sceneggiatura è veramente enigmatica con allusioni sia poetiche sia fiabesche e la musica è lancinante.

Il film (ma bisogna aspettare la fine per scoprirlo) è costruito come un riccio che si rinchiude rievocando così il tema dell'eterno ritorno, così che, senza svelare i dettagli della storia, si potrebbe pensare che il preambolo del film è anche l'epilogo e l'inverso.
Tuttavia, lontano da ogni schematismo narrativo, la realizzazione di Soderbergh si appoggia soprattutto sulla poetica e sulla nostra immaginazione.
Il sangue dovuto al taglio che si fa Chris all'inizio del film fa da preambolo al sangue che si scopre nella stazione Prometeo e al nuovo taglio che Chris si fa ancora, alla fine del film, che però non sanguina più.
Questa ripresa in tre momenti è un'evocazione unicamente visuale della sofferenza di Chris, che rivela una specie di riconciliazione con sé stesso nell'accettazione dei suoi ricordi, che vanno oltre a quella forma di squilibrio psichico nato dalla sofferenza per il suicidio della moglie, della quale sente una mancanza sempre più accentuata e il desiderio di ritrovarla.
I movimenti lenti e silenziosi della navetta e della stazione orbitale possono essere letti come una specie di metafora di un viaggio iniziato anche all'0interno della mente del protagonista e nel suo inconscio più profondo.
Il film è infarcito di immagini doppie riflesse da uno specchio che vogliono significare una realtà presente sulla terra contrapposto al sogno di felicità e malasorte, un gioco tra la vita e la morte. "Non cerchiamo altri mondi, cerchiamo altri specchi", ci viene detto da una voce che rimbomba nella stazione spaziale.
Questa ricerca è una ricerca di amore, un amore che lega indissolubilmente Chris Kelvin e Reha (Natasha McElhone) fino alla tomba, al di là della stessa morte.
Il pessimismo è raccapricciante, nello stesso modo in cui kevin non è riuscito ad impedire il suicidio della moglie, non riuscirà nemmeno a portare soccorso al suo amico, altra metafora: l'uomo è solo nell'universo, il tempo altera ogni cosa, tutto è destinato all'insuccesso. E tutto questo pessimismo viene rappresentato anche con la visione delle gocce di pioggia che passano metaforicamente attraverso il finestrino e trasformate fatalmente in un sentimento di colpevolezza nell'essere sopravvissuto alla donna amata.
E la resurrezione attraverso le immagini dei ricordi di kelvin non può che negativizzare ancora di più e qui un'altra voce si fa sentire "' non ci sono risposte, hai solo scelte" .
Quest'interrogazione sul senso dell'esistenza è allusiva e ci viene trasmessa anche con la bellezza della fotografia.
Soderbergh con i suoi colori diversifica tre universi, le scene che si svolgono sulla terra sono colorate con tinte morte per presentarci la vita di Kevin come cupe e melanconica senza la moglie, l'interno della stazione spaziale dominata dal grigio che dà risalto alla freddezza disumana della tecnologia, infinei colori di Solaris fatti di forme fluttuanti e mutevoli di malve, rose e verdi.
Questa sinfonia di colori è perfettamente accompagnata da una colonna sonora che ci fa sentire la respirazione degli oceani, coi sui flussi e riflussi, ora lontani, ora dolci.

Con questo film Soderbergh vuole sicuramente ricordare 2001 Odissea nello spazio, l'osso preistorico che si trasforma in un'astronave, ma di simile c'è solo l'individuo, un individuo che spazia nel tempo, nello spazio, nella sua introversione ma che ci ispira tanto e tanto malessere.
Per ultimo ricorderei che c'era già stata una risposta russa al film di Kubrick con lo stesso titolo di questo, infatti nel 1972 Andrej Tarkovskjij aveva girato un film con lo stesso titolo "Solaris"


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MessaggioInviato: Sun Jun 22, 2008 18:22 pm    Oggetto: Rispondi citando

AU HASARD BALTHAZAR

di Robert Bresson






Recensione:

Vita, patimenti e morte dell'asino Balthazar, vittima della malvagità umana nella campagna francese, in parallelo con l'esistenza, altrettanto infelice, di Maria, la sua prima padroncina. Una delle vette del cinema, e della visione pessimistica del mondo e dell'umanità, di Bresson che ha come punti di riferimento letterario Bernanos e Dostoevskij: è un mondo senza la Grazia osservato dall'occhio obiettivo di un asino; una riflessione cristiana (giansenista?) sull'esistenza del male; un viaggio sconvolgente attraverso i vizi umani narrato con un linguaggio spoglio e una concretezza che lascia parlare la realtà (le sue immagini) senza emettere giudizi. Lo scrittore Klossowski v'interpreta il mercante di grano. Esordio di A. Wiazemsky, futura interprete di Godard.


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mefiori
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MessaggioInviato: Mon Jun 23, 2008 08:19 am    Oggetto: Rispondi citando



LA MONTAGNA SACRA


In una emblematica nazione latinoamericana, repressa e sottosviluppata, un giovane ladro e nove potenti ricorrono a un alchimista perché li faccia partecipi del segreto dell'immortalità. Devono raggiungere nove saggi che da tremila anni vivono in cima a una mitica montagna... Frutto di una cultura sincretica in cui sembra di ravvisare le tracce lasciate da Bunuel, Dali, Fellini, Topor e Arrabal insieme, questo film surreale e simbolista può sconcertare o avvincere.


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MessaggioInviato: Mon Jun 23, 2008 08:21 am    Oggetto: Rispondi citando



EL TOPO


Surreale, sanguinario, tragicamente arido...
Viaggio all'interno dell'anima


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