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fobiasociale.com :: Leggi argomento - SEZIONE CINEMA Recensioni e film consigliati
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SEZIONE CINEMA Recensioni e film consigliati
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Autore Messaggio
knulp
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Registrato: Sep 15, 2006
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MessaggioInviato: Fri Nov 09, 2007 13:51 pm    Oggetto: Rispondi citando




La Via Lattea narra la fantastica avventura di due pellegrini del XX secolo che viaggiano in direzione di Santiago, ma ritroso nel tempo attraverso i secoli e le varie manifestazioni eretiche alle quali hanno dato luogo i principali dogmi cristiani. All'inizio del loro viaggio, Jean e Pierre, così si chiamano i pellegrini, incontrano un eccentrico personaggio che li sollecita a raggiungere la loro meta, per generare con una meretrice due figli di prostituzione che dovranno rispettivamente chiamare: "Tu non sei il mio popolo" e "Non più misericordia".




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"cosi' mentre ti aggiri per questi labirinti, non sai mai se insegui uno scopo o fuggi da te stesso, se sei il cacciatore o la sua preda"
Brodskij
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knulp
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MessaggioInviato: Sat Nov 10, 2007 12:35 pm    Oggetto: Rispondi citando





Antoine Doinel è un bambino solo, indesiderato e incompreso che vive con la giovane madre e il patrigno. Ha poca voglia di studiare e si diverte ad andare al cinema, a marinare la scuola, a compiere piccoli furti, oppresso da una famiglia che pensa troppo a se stessa e lo relega a buttare via la spazzatura o ad andare a comprare il latte, lasciando ai compagni di scuola il compito di accompagnarlo all'adolescenza. Il riformatorio diventerà il trampolino per il tuffo nel mare della vita.




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knulp
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MessaggioInviato: Sun Nov 11, 2007 11:28 am    Oggetto: Rispondi citando



A Buffalo nevica il giorno in cui Billy esce di prigione dopo cinque anni. Il giovane possiede un carattere molto particolare, non sopporta di essere toccato da un altro essere umano e può passare in un batter d'occhio dalle buone maniere alla violenza incontrollata. Goon è l'unica persona che sa che Billy è stato in prigione ingiustamente per una scommessa di gioco persa. Neanche i suoi genitori sanno che è stato in galera, Billy gli ha raccontato che stava svolgendo un lavoro importante per conto del governo. Per far visita ai genitori ignari, però, rapisce una ballerina costringendola a fingersi sua moglie...




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valmor
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MessaggioInviato: Sun Nov 11, 2007 17:52 pm    Oggetto: Rispondi citando

Una bella orfana è decisa a farsi suora, ma ad un certo punto viene ospitata nella casa di uno zio molto ricco che, dopo aver cercato di violentarla, si impicca...



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Amylee17
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MessaggioInviato: Sun Nov 18, 2007 22:25 pm    Oggetto: Rispondi citando

"Una storia vera" ( The Straight Story ) di David Lynch



Una storia vera è un film del 1999 diretto da David Lynch. Si basa su un fatto realmente accaduto e racconta la storia di Alvin Straight, un contadino dell'Iowa che nel 1994, a 73 anni di età, intraprese un lungo viaggio a bordo di una motofalciatrice per andare a trovare il fratello reduce da un infarto. Straight coprì in 6 settimane la distanza di 240 miglia, viaggiando a 5 miglia all'ora.

Recensione:

"La cosa peggiore della vecchiaia è il ricordo di quand'eri giovane". David Lynch racconta, commuove e torna a far riflettere sui temi importanti della vita, in modo dolce e poetico come solo un genio dietro la macchina da presa sa affrontare. La vecchiaia, l'importanza della famiglia, i ricordi e la saggezza, la vita e la morte, il regista abbandona momentaneamente gli incubi, le sue ossessioni e lo studio dei sogni per affrontare temi più forti e allo stesso tempo delicati con una storia incredibilmente straordinaria, basata su un fatto realmente accaduto.

Alvin Straight (Richard Farnsworth) ha settantatré anni, vive a Laurens nell'Iowa con la figlia Rose (Sissy Spacek), una madre ritardata alla quale hanno portato via i figli. Le sue condizioni di salute sono pessime: oltre a non vedere bene - che non gli consente di avere la patente -, convive, infatti, con un principio di enfisema polmonare e un'artrite che lo costringe ad usare ben due bastoni. Presto viene a sapere che il fratello Lyle del Wisconsin è molto malato e si avvicina alla morte. Malgrado non si parlino da tanto tempo a causa di un banale litigio e le proibitive condizioni fisiche non glielo permettano, Alvin decide di mettere da parte l'orgoglio e di intraprendere un viaggio lungo più di 350 miglia attraverso gli stati dell'Iowa e del Wisconsin, con un vecchio tosaerba che traina un piccolo rimorchio - la sua "casa" durante il viaggio -. Tra lande sterminate e paesaggi mozzafiato nel cuore dell'America, ripresi da raffinate inquadrature panoramiche, Alvin trascorre quasi due mesi di viaggio e incontra tanta gente, dispensando autentica saggezza e suscitando infinita tenerezza. Un pellegrinaggio interiore dunque, che si sublima con il ricordo sbiadito e nostalgico di un cielo stellato. La pellicola è una grande metafora del tempo e della sua ineluttabilità sottolineata magistralmente dalle scelte registiche; geniale in tal senso introdurre il gruppo di giovani ciclisti che sfrecciano ad alta velocità accanto al vecchio Alvin, in contrasto con la sua ponderatezza e la sua flemma, resa perfettamente con movimenti dolci dell'inquadratura e dalla splendida interpretazione di Farnsworth. Sembra quasi che questo voglia sottolineare la fretta e la furia di arrivare tipica dei giovani d'oggi, che non si fermano mai, che hanno un'ansia instancabile di crescere, paragonata alla serenità e lentezza di chi conosce il valore del tempo. E il viaggio di Alvin, in una visione più generale, potrebbe essere comparato alla vita stessa, fatta d'incontri e di un gran numero d'esperienze, nella quale forse il punto d'arrivo non è importante quanto il percorso in sé: non conta dove riusciamo ad arrivare, ma il panorama che il viaggio ci riserva.
Lynch dimostra ancora una volta di essere un cineasta formidabile, completo e versatile, un teorico del cinema che ripone nell'emotività dei personaggi (sempre molto passionali) e nel gioco di sguardi tutta la potenza comunicativa dei suoi film. Il regista stupisce ancora una volta concependo una pellicola che ripone la sua bellezza interamente nella sua semplicità. Questa caratteristica è attribuibile a diversi aspetti del film: oltre alla storia, anche il montaggio risulta essere realizzato in maniera semplice e lineare, in controtendenza rispetto alle altre pellicole. Se si esclude "The Elephant Man" (1980) siamo ben lontani dai labirinti mentali di "Lost Highway" (1997) o dalla mostruosa creatura di "Eraserhead" (1976) o tanto più dall'ottica multi-strato creata nel successivo "Mullholland Drive" (2001), dove sogno e realtà s'intrecciano e contorcono in scene apparentemente senza senso, costruite appositamente per rendere un perenne e claustrofobico stato di tensione. "The Straight Story" è il personale omaggio alla vita di un D. Lynch sicuramente meno allucinato, ma in grado ancora una volta di affascinare e lasciare un segno indelebile nello spettatore.


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"...rinchiusa in questa tomba di carne, sepolta sopra la terra"
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MessaggioInviato: Fri Nov 23, 2007 18:51 pm    Oggetto: Rispondi citando

Cinque tra i più famosi detective del mondo - un francese, due americani, una inglese, un cinese - vengono invitati "a una cena e assassinio" nel castello di un eccentrico miliardario, il quale promette un milione di dollari esentasse a quello dei cinque che per primo risolverà il caso dell'imminente delitto. Il castello di Twain è ricco di misteri e di sorprese, a cominciare dal maggiordomo cieco e dalla cuoca sordomuta, per continuare con le apparizioni dell'imprendibile anfitrione. Superati i primi scogli di attentati alle persone, messi di fronte a ben tre cadaveri (il terzo, quello dello stesso Twain, pugnalato dodici volte allo scoccare della mezzanotte), gli investigatori si trovano sottoposti a prove mortali da cui si salvano. Non si salvano, invece, dal ridicolo: ogni soluzione è brillante ma falsa. Sono veramente morte le presunte vittime? Chi è il diabolico organizzatore della beffa?




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MessaggioInviato: Wed Dec 26, 2007 23:12 pm    Oggetto: Rispondi citando



Il Sorpasso (1962).
Dino Risi

Trama:
Nella calura soffocante e deserta di Ferragosto, Bruno Cortona viaggia per le strade di Roma con la sua potente Lancia Aurelia Sport. Casualmente, Bruno incontra Roberto, uno studente universitario. Bruno, che trascorre le sue giornate tra un espediente e una corsa in macchina, è separato dalla moglie ed ha una figlia giovanissima che si accompagna ad un industriale molto più anziano di lei. Roberto, invece, è un giovane timido ed impacciato, affascinato dalla vita libera e spensierata condotta da Bruno...

Carino.
mi piace soprattutto la prima parte...

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MessaggioInviato: Thu Dec 27, 2007 21:58 pm    Oggetto: Rispondi citando

DANCER IN THE DARK




L'incipit di Dancer In The Dark è molto più di una esplicita dichiarazione d'intenti, racchiude in un breve lasso di tempo la crisi della visione tematizzata dal film. Lo stravolgimento delle gerarchie sensoriali che sembra essere uno degli imperativi del cinema contemporaneo.
Selma (la cantante islandese Bjork) è una giovane immigrata cecoslovacca nell'america industriale degli anni '50. Operaia in una piccola fabbrica, Selma e il figlio Gene vivono in una roulotte nel giardino di casa di due americani apparentemente benestanti, il poliziotto Bill (David Morse) e la bella moglie Linda (Cara Seymour). Il loro legame matrimoniale è in realtà esclusivamente legato alla disponibilità economica che Bill ha fatto credere di avere alla moglie dissipatrice. In realtà Bill e la sua casa sono in mano alle banche. Anche Selma nasconde dietro agli occhiali spessi un terribile segreto: sta diventando cieca. Non solo. Anche il figlio Gene è afflitto dalla stessa malattia ereditaria agli occhi. Presto, se non si interverrà chirurgicamente, anche lui è destinato all'oscurità. L'infinito amore della madre tiene celato a Gene questo terribile destino. Selma lavora giorno e notte. Risparmia centesimo su centesimo pur di poter pagare un giorno l'operazione di Gene.

Per sfuggire alla dura realtà quotidiana della fabbrica e di una vita non certo felice Selma sogna ad occhi aperti. Sogna di essere la protagonista di un musical. Uno di quei musical hollywoodiani che Selma ama e di cui conosce perfettamente ogni meccanismo narrativo, tanto da essere capace di costruirsi il "suo" musical interiore. Un mondo immaginario ove tutto è colore, espressione stilistica, perfette coreografie di figure danzanti. La cecità fisica di Selma apre le porte della sua immaginazione. Ogni rumore della realtà, il frastuono meccanico delle macchine in fabbrica, la puntina gracchiante di un vecchio giradischi, il suono cupo di un treno sulle rotaie, si trasformano nella testa di Selma in un motivo da musical. La realtà diviene ancora più cupa e tragica quando Bill, spinto dalle continue richieste economiche della moglie, ruba il piccolo tesoro di Selma. Accecata dal bisogno, tradita nelle amicizie, Selma uccide Bill durante una colluttazione.
L'amore per il figlio, la decisa volontà di espiare il suo peccato originario, l'aver cioè dato vita ad un figlio pur conoscendo l'ereditarietà della malattia agli occhi, spingono la giovane operaia verso un terribile calvario. La punizione, la tortura psicologica e fisica, sono il fardello che Selma sceglie consapevolmente di portare sulle spalle fino alla sua morte.

Dancer In The Dark è un film nettamente scisso in due parti. Due film semi indipendenti che si compenetrano, si contaminano, si rivelano essere l'uno il "testo critico" dell'altro.
Da una parte il dramma. La tragedia della vita reale di Selma. Un egoistico amore verso il figlio che spinge Selma ai margini della società, all'impossibilità di intrattenere relazioni emozionali di alcun genere con i suoi simili. Le lenti spesse degli occhiali isolano, celano Selma alla vista degli altri uomini. Una impenetrabile barriera difensiva portata con malcelato disagio. Tutto filmato o meglio riprodotto secondo i canoni del Dogma. La camera a mano, la pellicola sgranata, nessun "trucco" cinematografico, nessun taglio. Nessun filtro, nessuna luce di scena. La massima impressione di realtà da riversare sullo spettatore.
Dalla parte opposta il musical. Il mondo interiore di Selma dedotto dai canoni del musical classico. Colori sgargianti, scenografie perfette, movimenti armonici dei personaggi che improvvisano gradevoli passi di danza. L'effetto nascosto della ripresa tramite 100 telecamere disposte con certosina pazienza per "cogliere l'attimo". Una netta impressione di irrealtà. Il cinema classico rappresentato nella sua valenza di evasione, di puro intrattenimento, di fuga dalla realtà.

Inizialmente i due mondi a parte si sfiorano soltanto. Dal mondo reale ritratto dal Dogma scocca la scintilla, il rumore, per la creazione del mondo immaginario classico del musical. Col procedere della narrazione i due mondi iniziano a contaminarsi. I toni leggeri e spensierati del musical si caricano della tragedia di Selma. La visone reale negata nel mondo concreto, diviene visone immaginaria necessaria alla sopravvivenza. Tutto il male del mondo, le angosce e le pene di Selma si riversano nel musical. Realtà ed immaginazione divengono inseparabili. Nella processo di compenetrazione dei due testi, nella apparente facilità con cui è possibile trasformare il musical in tragedia e viceversa, si evidenzia l'artificiosità artistica che sottende ad entrambi. Una attacco frontale studiato a priori. L'evidenziazione di canoni del genere attraverso il loro forzato accostamento. A cui segue la loro negazione programmatica, ed infine lo sbriciolamento stesso del concetto di genere.
In poco più di due ore Dancer In The Dark ripercorre l'evoluzione del cinema negli ultimi anni. In un solo istante, l'ultimo movimento di macchina, il volo finale della macchina da presa verso il soffitto della prigione, segna in modo inequivocabile l'impossibilità finale di scindere le due categorie cinematografiche. In un solo movimento di macchina il film segnala la natura intima del cinema (post)moderno. Non un cinema di genere, ma un cinema fatto di più generi, amalgamati ed omogeneizzati tra loro. Con Dancer In The Dark Lars Von Trier non solo riflette ed evidenzia i meccanismi narrativi ed i percorsi emotivi forzati del cinema classico, ma mette in mostra, senza falsi pudori, le forzature narrative e stilistiche che sono il fondamento del suo cinema. Del cinema contemporaneo nella sua globalità.


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MessaggioInviato: Thu Dec 27, 2007 22:17 pm    Oggetto: Rispondi citando



Neil Oliver è un giovane artista, ma il padre non approva le sue scelte, preferirebbe che frequentasse Oxford. Tutte le cose cambiano quando Neil incontra O.W.Grant, che può esaudire esattamente un desiderio per persona. Il desiderio di avere delle risposte lo porta a viaggiare lungo una strada che non esiste: la "Interstate 60". Lungo la strada molti incontri lo attendono, riuscirà a trovare ciò che chiede?


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MessaggioInviato: Sat Dec 29, 2007 11:56 am    Oggetto: Rispondi citando






Rebecca, la prima moglie. 1940
Di Alfred Hichcock.
Con Joan Fontaine e Laurence Olivier

A Montecarlo, una timida ragazza inglese dissuade dal suicidio Max De Winter, da poco vedovo. Max inizia a frequentarla e alla fine le chiede di sposarlo.

In patria, nell'antica dimora di Menderley, sorgono le prime difficoltà: la nuova signora De Winter si rende conto che tutti la considerano inferiore a Rebecca, la prima moglie. Gli sbalzi d'umore di Max e la spettrale presenza della signora Danvers, governante che vive nel ricordo della defunta, non fanno che accentuare la sensazione di estraneità.

A una festa in costume, la Danvers induce l'ignara ragazza a indossare un vestito di Rebecca, per umiliarla e spingerla a uccidersi. Ma quella sera viene ritrovato il panfilo su cui Rebecca scomparve in mare...

Hitchcock non poteva mancare in questa sezione.. no no..

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