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In questo caso spezzo una lancia a favore di noi "anime bohemienne", tagliate fuori dalla normale ritualità dei rapporti sociali.
Parto dalla bella analisi che De Benedetti (critico letterario) fa delle figure di inetti che affollano le pagine dei romanzi europei del‘900, da Svevo a Tozzi, Pirandello ecc.
Infatti l’inetto – in quanto essere incompiuto e privo di una sua collocazione sociale certa – è per eccellenza l’individuo che - rispetto a tutti gli altri - è più disponibile al cambiamento, perché sperimentando sulla sua pelle una perenne crisi di certezze è colui che paradolssalmente – seppur abulico – è più aperto ai mutamenti, pronto a mettersi in gioco e ad abbandonare quelle certezze che cristallizzano i cosiddetti “normali”. Egli, in quanto essere “riuscito a metà” è in un certo senso più recettivo nei confronti degli imprevisti esistenziali; è meno affezionato al ruolo sociale che ogni uomo ad un certo punto si ritaglia addosso. Privo di punti di riferimento stabili – sociali, affettivi – l’inetto è quello più disposto a farsi plasmare dagli eventi, all’incontro con l’altro, ed è meno restio a farsi mettere in discussione, perché non vive chiuso nelle sue certezze, che a lui anzi mancano. L’inetto è il cosidetto “personaggio in disponibilità”.
Posso infatti confermare che - essendo io sempre stata priva di legami stabili sin dall’infanzia e dall’adolescenza - di avere sviluppato negli anni una tendenza maggiore all’apertura verso possibili nuove amicizie, qualora ovviamente mi si fosse presentata una persona che fosse stata in grado di stimolare la mia fantasia ed intelligenza (se non trovo persone però stimolanti mi accontento di vivere nel mio carattere riservato).
E così, proprio sentendomi “sentimentalmente vagabonda”, ho avuto spesso l’occasione di legare con persone che mi incuriosivano, nei contesti più vari: da nottate passate in foresteria nella casa dello studente, ai campi di volontariato all’estero ecc.
Il problema è però – come dice giustamente Muttley – trovare qualcuno che sia altrattanto recettivo nei confronti del mondo ignoto, e che sia spinto a mettersi in gioco, superando il limite dell’impigrimento sulle proprie certezze e sicurezze affettive. Generalmente le persone con cui ho legato erano anch’esse individui da me definiti “in disponibilità” e cioè pronti ad aprirsi all’altro perché anch’essi privi di quei punti di riferimento sociali forti che li hanno quindi portati ad essere più recettivi verso le persone nuove.
Nonostante io non sia ora sprovvista di amicizie di vecchia data, non mi sono nemmeno ora mai adagiata su questi affetti consolidati. La curiosità mi ha spinto a cercare sempre oltre, mi ha portato a voler sperimentare la conoscenza di individui nuovi che ai miei occhi risulavano stimolanti e che avvertivo potenzialmente desiderose di scambio reciproco e di confronto.
Noto con dispiacere che in determinati ambienti – come quello lavorativo – la gente è meno propensa a ricercare un contatto umano con l’altro, mentre risultano più favorevoli a ciò i contesti ludici (un corso di teatro, di musica, di pittura ecc), che in quanto tali sono già di per sé visti come luoghi in cui uno dei fini principali è appunto l’aggregazione, in cui si può abbandonare la maschera che si indossa solitamente sul posto di lavoro, nell’intento di avvicinarsi all’altro con maggiore spontaneità.
Purtroppo ultimamente la mia vita è quasi solo risucchiata dal lavoro, e sento che mi mancano dei luoghi in cui da entrambe le parti si abbia l’esigenza di un contatto più spontaneo e profondo con l’altro, meno filtrato dai doveri e dalla formalità.
Nella ricerca di tutto ciò gioca a sfavore anche l’entrata nel mondo degli adulti, quando si viene a contatto con persone già sposate, che mettono avanti a tutto la famiglia e che, avendo solo occhi per il maritino o il pargoletto, non si approcciano all’altro con l’intento di stringere un legame, presi come sono dal vortice dei doveri lavorativi e domestici, che soffoca in loro qualsiasi fantasia di avvicinarsi verso “esseri a loro sconosciuti”.
Noto che crescendo le persone si irrigidiscono maggiormente al di dentro di ruoli sociali ormai collaudati, che non aiutano per nulla a mantenere viva la fiammella della curiosità verso ciò che è nuovo e imprevisto.
Crescendo, più vado avanti e più sento pungente la problematica sollevata da Muttely. Ognuno se ne sta protetto nel suo guscio di certezze – famigliari, lavorative – e non sente più il bisogno di sperimentare l’ebrezza di nuovi contatti, di nuove esperienze umane….
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